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Kon Ichikawa: L'arpa Birmana
(Biruma no tategoto)
1956
Rentaro Mikuni, Shoji Yasui, Tanie Kitabayashi

 

E' sorprendente che un autore prolifico, eclettico e apprezzato come Kon Ichikawa sia conosciuto in occidente, e soprattutto in Italia, praticamente per una sola delle sue tante opere. L'arpa birmana fece scalpore all'epoca della sua uscita sugli schermi europei presentandosi come un caso anomalo nella filmografia nipponica, fino ad allora nota soprattutto per le sue frequenti celebrazioni delle virtù guerriere del popolo giapponese. Di colpo invece veniva presentata un'opera apertamente pacifista che denunciava gli orrori della guerra e alludeva sia pure molto velatamente alla durezza dell'occupazione giapponese. Si trattava in realtà di una impressione errata dovuta alla mancata conoscenza di tante opere che solo ora stanno emergendo alla portata del pubblico, lo stesso Ichikawa aveva già affrontato il tema in opere precedenti. Fu veramente anomalo il disinteresse che ci fu in seguito verso Ichikawa, uno dei "quattro re" del cinema giapponese, che lasciò durevole impronta di sé con una produzione prolifica che continuò praticamente fino alla morte. Ne riparleremo al termine della recensione, ma prima che il lettore vada avanti sentiamo il dovere di prevenirlo che alcune immagini del film - qui riproposte - possono turbare la sua sensibilità.

Nel luglio 1945, praticamente al termine della seconda guerra mondiale, le truppe giapponesi in Birmania erano sull'orlo del tracollo. Un piccolo reparto, comandato dal capitano Inoue (Rentaro Mikuni) tenta con una lunga marcia tra le selvagge montagne di raggiungere il confine con la Tailandia per sfuggire all'accerchiamento dei reparti anglo australiani e ricongiungersi con l'esercito nipponico.

Inoue è una figura fino ad allora sconosciuta nella filmografia giapponese: un ufficiale che nei modi carismatici lascia pensare ad una discendenza samurai, di uomo destinato al comando, che pure dimostra gentilezza e sensibilità rari in un uomo d'arme chiamato al suo dovere in circostanze tragiche.

Essendosi diplomato alla Scuola Musicale Inoue ha voluto diffondere nel suo reparto l'abitudine al canto e alla musica, e spesso li dirige in coro.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ha stretto un forte legame spirituale col sergente Yasuhiko Mizushima (Shoji Yasui), che si è dimostrato particolarmente sensibile alla musica pur essendone stato fino ad allora completamente digiuno ed è in grado di suonare alla perfezione, e con molte variazioni personali sui temi, l'arpa di tipo birmano (saung) che i soldati hanno fatto costruire.

Solo nelle inquadrature finali verremo a scoprire che la voce narrante è quella di un soldato che si sentiva estraneo a quanto il capitano Inoue ricercava attraverso i cori ed infastidito dalla ricerca musicale di Mizushima.

All'inizio della lunga marcia, durante una sosta nella foresta, Inoue per risollevare il morale dei soldati esausti li incita a cantare. Li ascoltiamo per la prima volta, accompagnati dall'arpa birmana. La canzone è Hanyu no yado, molto popolare in Giappone e che oltre ad essere il ricorrente tema musicale del film costituisce parte integrante della trama. Ichikawa comprendendo l'importanza della musica nell'impianto dell'opera decise di farne in un certo senso la protagonista assoluta, con l'indispensabile ausilio ovviamente del musicista Akira Ikufube responsabile della colonna sonora.

Dopo alcuni giorni di cammino il reparto, a corto di viveri, si ferma presso un villaggio birmano dove pensa di ricevere una accoglienza ostile. Con loro sorpresa vengono invece accolti benevolmente e rifocillati a loro piacimento, e la sera intrattengono gli abitanti con i loro canti. Ma al momento in cui Inoue chiede di ascoltare qualche canto birmano, silenziosamente gli indigeni si alzano ed abbandonano il villaggio. Allarmati i soldati scrutano dalle finestre e si accorgono che nel buio della foresta ci sono movimenti sospetti: il nemico li sta circondando. Si fingono ubriachi per recuperare, cantando e schiamazzando per non  destare sospetti, il carro con le munizioni lasciato all'esterno. Rientrano poi nella capanna e si preparano per il combattimento attendendo in silenzio che Inoue, sciabola sguainata, dia l'ordine dell'attacco: un disperato tentativo di rompere l'accerchiamento.

Ma - un attimo prima - un canto viene a spezzare il silenzio: gli attoniti soldati riconoscono le note di Hanyu no Yado, che le truppe nemiche nascoste nella foresta stanno cantando a loro volta. Mizushima non si trattiene dall'unirsi al coro con la sua arpa, e per qualche ragione che non sanno spiegarsi anche gli altri soldati inziano a cantare. Con i bianchi turbanti che spiccano nella notte, i soldati indiani che compongono il reparto nemico si avvicinano cantando al villaggio, stringendo in pugno le armi ma senza puntarle contro i giapponesi.

 

 

 

 

 

 

 

E' in questo magico e suggestivo modo che il reparto viene informato, in quel remoto villaggio sperduto tra le montagne della Birmania, che il Giappone ha firmato da tre giorni la resa, e la guerra è finita.

Generazioni di spettatori hanno assistito a questa scena, rimanendone invariabilmente colpiti ma quasi sempre senza comprenderne fino in fondo il meccanismo. Basti sapere - sicuramente lo ignoravano e lo ignorano tuttora quasi tutti i giapponesi e nella finzione scenica si suppone che lo ignorino totalmente i soldati -  che Hanyu no yado è in realtà una canzone occidentale, Home sweet home, molto conosciuta nel mondo anglosassone.

Il reparto viene internato in un campo di prigionia, ed Inoue tiene un breve discorso in cui riconoscendo con dolore la sconfitta della patria incita i suoi uomini a preservare la loro vita ed il loro morale, e continuare la loro battaglia scegliendo la vita piuttosto che la morte o l'abbattimento. Occorre sapere infatti che la reazione più "naturale" per molti giapponesi era di considerare la sconfitta come una vergogna inaccettabile, al punto che non solo molti soldati preferirono andare incontro alla morte certa piuttosto che arrendersi, ma alcuni combattenti rifiutarono per anni di riconoscere la realtà ed gettare le armi, continuando a lungo una vana resistenza.

Il più celebre episodio ebbe per protagonista il tenente Hiroo Onoda, che per diversi anni continuò una sua guerra privata nella boscaglia dell'isola di Lubang nelle Filippine, e che viene creduto a torto un caso isolato. Onoda comandava un piccolo reparto infiltrato dietro le linee nemiche, formato da 4 uomini. Ritennero che i volantini lanciati dagli aerei americani per annunciare agli sbandati la fine della guerra fossero solo propaganda, anche perché si continuava ad aprire il fuoco contro di loro.

Il primo uomo del reparto ad arrendersi fu Yuichi Akatsu, dopo essersi allontanato dagli altri ed essere vissuto diversi mesi in solitudine, nel 1950. Nel 1954 Shiochi Shimada venne ucciso in uno scontro a fuoco con i reparti che davano la caccia agli irriducibili, che in tutti quegli anni non interruppero mai la loro attività di "guerriglia". Solo nel 1972 venne abbattuto anche Kinshichi Kozuka ed Onoda restò solo.

 

 

 

 

Nel 1974 venne raggiunto da Norio Suzuki, che stava compiendo un viaggio intorno al mondo alla ricerca di animali o persone leggendarie, si era sparsa infatti la voce infatti che Onoda fosse ancora vivo nonostante la sua morte presunta fosse stata dichiarata già nel 1959. Suzuki tentò di convincerlo ad arrendersi ma gli venne risposto che solo un ordine superiore l'avrebbe reso possibile. Fu così che l'ex maggiore Taniguchi, lasciando momentaneamente la sua professione di libraio per tornare ad indossare la divisa, nel marzo 1974 diede di persona ad Onoda l'ordine di arrendersi, 29 anni dopo avergli dato l'ordine di missione. Viste le circostanze eccezionali della sua vicenda Onoda non venne perseguito per i suoi atti di guerra e tornò in Giappone, dove tuttavia non fu a suo agio, trovando una nazione sul punto di dimenticare le sue origini e le sue tradizioni e venendo sottoposto personalmente a troppe pressioni mediatiche.

Raggiunse il fratello Tadao in Brasile, dove divenne una persona di riferimento per la comunità giapponese e ricevette onoreficenze dal governo. A partire dagli anni 80 si recò periodicamente in Giappone dove fondò una organizzazione per la riabilitazione dei giovani, e durante una visita a Lubang, dove era rimasto in guerra per quasi 30 anni, fece una donazione alla scuola locale. Nato nel 1922, per quanto si sa è al momento ancora in vita. Ha scritto un libro sulla sua esperienza: "Non mi arrendo", edito in italiano da Mondadori.

E chiudiamo questa parentesi, utile per comprendere l'episodio seguente del film.

 

Il capitano Inoue viene informato che un reparto giapponese continua a combattere, asserragliato dentro una caverna a mezza costa su una parete rocciosa, ad una mezza giornata di marcia dal campo di prigionia, e chiede a Mizushima di recarsi a parlare con loro per informarli della resa e convincerli ad arrendersi. La missione è autorizzata dalle forze britanniche, che scortano Mizushima fin dove possibile e gli concedono mezzora di tregua per raggiungere il reparto di irriducibili e parlare con loro. Ma non avrà esito: dominati dalla loro convinzione che la resa sia un'infamia, comandante e soldati rifiutano di arrendersi.

Mizushima insiste, e riesce ad ottenere che i soldati ne discutano, per poi arrivare ad una votazione. Ma sull'onda dell'emotività, senza che Mizushima abbia avuto il tempo per tentare almeno di spiegare, non solo infine rifiutano ma lo insultano e quasi lo aggrediscono.

 

 

Il sergente tenta allora di raggiungere l'imbocco della caverna per chiedere di prolungare la tregua, sventolando una bandiera bianca, ma proprio in quell'attimo termina la breve tregua concessa dal comando inglese, riprende il cannoneggiamento. Si interrompe solo quando dalla inaccessibile caverna non arriva più alcun segno di vita.