Jidai

Promise220pxTra gli appassionati del genere si discute della scomparsa dagli schermi dei film "di samurai". E' in parte vero, ma bisogna anche considerare che la scomparsa dei grandi artisti del passato ha portato a un certo disinteresse non solo della critica ma anche dei produttori e distributori verso il filone jidai. E' il caso di Samurai's promise (La promessa del samurai), un film del 2018 che pure non arrivando alle vette raggiunte dai vari Kurosawa, Inagaki o Mizoguchi è un prodotto dignitoso e fruibile. Ma non è apparso a quanto ne sappiamo in Europa e non siamo al corrente della disponibilità di versioni in dvd. E' tuttavia con qualche ricerca rintracciabile in rete. Al momento per esempio lo si può visionare - con sottotitoli in inglese - su dailymotion.com.

 

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Mizoguchi00Ricorrono nel 2023 100 anni dalla prima opera di Kenji Mizoguchi, uno dei più importanti maestri del cinema giapponese. Eppure quando accade di nominarlo ben poche persone, se non accanite cinefile, mostrano di conoscerlo: Vale la pena di accennare non ai perché, non li conosciamo, ma ai crudi fatti. Poco o nulla si sa dell'opera di esordio, Ai ni yomigaeru hi (L'amore riconquistato) e della sua prima produzione. Iniziò veramente la sua ascesa negli anni 40, e ne abbiamo già recensito I 47 ronin (1941), Miyamoto Musashi (1944), La spada Bijomaru (1945), Le donne di Utamaro (1946). Facile vedere come fosse un autore prolifico, al momento della sua prematura morte per leucemia nel 1956, a 58 anni, aveva diretto oltre 100 opere.

 

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Sekigahara00Masato Harada,2017: Sekigahara

Junichi Okada, Kasumi Arimura, Koji Yakusho, Takehiro Hira

 

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Musashi00Ancora un Musashi? Sì e stanno molto bene assieme, trovandosi agli estremi opposti. Prima le recensione di una serie televisiva del 2003 di 50 puntate, distribuite nell'arco di un anno, e ora una pellicola del 1944 di 55 minuti. E diretta da Kenji Mizoguchi... Andiamo avanti?

 

 

 

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Musashi00Musashi (2003) è una serie televisiva della NHK. I cosiddetti serial, ossia racconti a puntate trasmessi in televisione, sono sempre stati un punto di forza di questo mezzo di diffusione. Inclusa l'Italia dove fin dai primi anni di trasmissioni alcuni pezzi forti erano quelli che si chiamavano allora sceneggiati televisivi. Erano prevalentemente ambientati nel 1800, forse per riutilizzare più volte costumi e scenografie, articolati di solito in 4 o 5 puntate, seguiti e apprezzati da milioni di spettatori.

 

 

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Ronin00Kenji Mizoguchi fu a lungo il più noto regista giapponese a livello internazionale. Oltre ad altri riconoscimenti, venne premiato per 5 anni di seguito al Festival di Venezia, dal 1952 al 1956. Scomparve purtroppo prematuramente lo stesso anno, a soli 58 anni, e venne in un certo senso sostituito presso pubblico e critica, come portabandiera del cinema giapponese, da Akira Kurosawa. Tra le sue opere meno conosciute I 47 ronin, del 1941.

 

 

 

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KagemushaTatsuya Nakadai ci ha lasciato l'8 novembre 2025, all'età di 93 anni. Il mondo del cinema, ma dovremmo dire dell'arte, non sarà più lo stesso senza di lui. E' necessario parlarne.

 

 

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Yoji Yamada è un regista di lungo corso. Nato nel 1931 ha diretto la più lunga serie di film mai prodotta, la saga del vagabondo Tora-san, di ambientazione moderna, che si è articolata nella bellezza di 48 film usciti tra il 1969 e il 1995, venendo interrotta solo con la morte dell'attore che interpretava il protagonista, Kiyoshi Atsumi, inscindibile dal personaggio. In occidente ha avuto meritata per quanto tardiva notorietà con il film Tasogare seibei (Il samurai crepuscolare). Minore interesse ha riscontrato The hidden blade del 2004, è passato praticamente inosservato Love and honour uscito nel 2006. Utilizziamo i titoli originali o inglesi, per quanto ne sappiamo questi film non vengono distribuiti in Italia (sono tuttavia facilmente reperibili on line). Andiamo ora a vedere se Love and honour meriterebbe maggiore attenzione; almeno quella dedicata al suo poster, indubbiamente d'effetto quindi ripubblicato ovunque. Perlopiù a sproposito.

 

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The hidden blade è la seconda opera della trilogia del samurai di Yoji Yamada, che non ha avuto però la stessa risonanza di Tasogare Seibei, per quanto il successo di critica sia stato indiscusso, e ha conosciuto scarsa diffusione come Love and honour (Samurai ichibun) che chiude il trittico. Il titolo originale è Kakushi ken: Oni no tsume (La spada nascosta: l'artiglio del demone).

Ambientato come spesso avviene nella tormentata epoca del trapasso dall'epoca Edo a quella Meiji, la vicenda si apre con il commiato del giovane samurai Yaichiro Hazawa (Yukiyoshi Ozawa) dai suoi amici Samon Shimada (Hidetaka Yoshioka) e Munezo Katagiri (Masatoshi Nagase) . Si reca alla lontana capitale Edo per assumervi un incarico di responsabilità.

Le aspettative di Hazawa sono alte.

Saluta dalla barca che si allontana, seguendo la corrente, la giovane moglie e i suoi amici.

Sono evidenti in lui sia un fondo di tristezza, sia anche il piacere di affrontare una avventura per cui si sente pronto.

 

 

 

 

 

L'esistenza di Munezo non è facile. Il padre, accusato di appropriazione nella gestione dei lavori di restauro di un ponte, ha commesso seppuku,

Immediatamente Munezo, divenuto capofamiglia, ha dovuto abbandonare la dimora per trasferirsi in un'altra molto più modesta, con mansioni inferiori e un salario ridotto.

Vive con la madre, la sorella promessa sposa a Shimada, e la domestica Kie di cui è segretamente innamorato. Un amore senza speranza, un samurai non verrà mai autorizzato a unirsi in matrimonio con una donna appartenente a una casta inferiore.

La scomparsa della madre costringe Munezo a riorganizzare la sua vita familiare.

La sorella sposerà finalmente Shimada, mentre Kie (Takako Matsu) non potrà rimanere nella sua casa senza la sorveglianza di una padrona di casa. La morale pubblica non lo consente.

Kie verrà sistemata combinando il suo matrimonio con un facoltoso mercante.

 

 

 

Munezo fortunatamente ha un incarico conforme alla sua formazione, dovendo occuparsi della istruzione dei samurai di rango inferiore.

Il progresso però sconvolgerà anche queste sue certezze.

Un ispettore inviato da Edo istruirà i samurai del feudo, nonostante la loro ostinata resistenza, al combattimento con le moderne armi da fuoco e all'inquadramento in reparto, ove i mezzi tecnologici e l'organizzazione fanno premio sul valore individuale.

 


 

Due avvenimenti non prevedibili costringeranno Munezo alcuni anni dopo ad uscire dal torpore esistenziale in cui sta cadendo.

La prima è la notizia di una grave malattia di Kie.

In realtà è solo sfinita per i continui maltrattamenti e il duro lavoro cui viene sottoposta dal marito e dalla suocera.

Sfidando le malelingue Munezo la riporta nella sua casa.

 

 

La seconda è il ritorno nel feudo di Hazawa, per la stessa via d'acqua che aveva seguito per andare a Edo, ma imprigionato dentro una gabbia e sorvegliato a vista.

Unitosi a una ribellione, vera o presunta, contro lo shogun, gli è stato vietato il privilegio di uccidersi ed è destinato a rimanere imprigionato per sempre nella sua terra d'origine.

 

 

 

Automaticamente sospettato di essere coinvolto per la sua amicizia con Hazawa, Munezo per dimostrare la sua fedeltà dovrebbe dare informazioni sui suoi commilitoni, indicando quelli che potrebbero aver aderito o anche solo avere avuto simpatie per i ribelli.

Il suo rifiuto aggrave ulteriormente la sua posizione nei confronti di chi detiene il potere.

In più le crescenti voci di un rapporto illecito lo convincono a ordinare a Kie, con la morte nel cuore, di tornare al suo villaggio.

 

Un'altra notizia raggiunge Munezo: Hazama, fuggito dalla prigione, è rifugiato in una capanna tenendo in ostaggio gli occupanti, minacciando di morte chi si avvicini. Non stiamo a ripetere per l'ennesima volta come in questo genere artistico le situazioni siano spesso le stesse, come i drammi seguano le stesse logiche e le stesse procedure.

Viene convocato: è noto che fu l'unico a reggere il confronto in duello con Hazama: assieme hanno frequentato la scuola d'armi del maestro Toda, ma solo a Munezo furono  trasmessi i documenti della scuola quando Toda sensei si ritirò a vita privata.

L'ordine non è ricusabile. Munezo deve accettare, fa presente però che le sue vittorie nei confronti all'interno del dojo non hanno valenza: in un duello mortale Hazawa prevarrebbe.

Munezo torna dal maestro Toda. Lo trova intento a coltivare il suo modesto campo, apparentemente molto distante dal guerriero che fu.

Acconsente a riprendere in mano un improvvisato bokuto di allenamento per scambiare alcuni colpi, ma anche alcune impressioni, col suo antico allievo.

 

 

 

 

 

E' evidente che Munezo è troppo teso per combattere serenamente.

Toda sensei gli ricorda che nessun nemico o avversario può esser sconfitto se non si è in pace con sé stesso.

E gli dimostra la tecnica della spada nascosta, che tende ad attirare l'avversario mostrando un atteggiamento rinunciatario o addirittura volgendo le spalle, colpendo nel momento in cui l'attenzione della controparte si attenua per eccesso di fiducia.

 


La notte della vigilia, che Munezo trascorre da solo nella sua casa vuota, gli si presenta una visita.

E' la moglie di Hazawa, che gli chiede di risparmiarlo.

Munezo non ha modo di sottrarsi all'ordine ricevuto, solamente il feudatario potrebbe prescrivergli di usare clemenza. La donna, ridotta alla disperazione, offre sé stessa.

Munezo ricusa. Lei lo lascia: andrà, per quanto sconsigliata dal farlo, a chiedere al feudatario stesso di dare l'ordine di prendere vivo Hazawa.

 

Questi non ha più nulla dell'orgoglioso guerriero che era partito per Edo pochi anni prima. Le percosse e le umiliazioni subite durante la prigionia hanno fiaccato e degradato il suo fisico e il suo morale.

Trascura gli ostaggi, lasciandoli liberi di fuggire.

Ha bisogno di parlare.

Invita Munezo nella capanna.

Ancora una volta un ultimo colloquio tra due uomini che vorrebbero stimarsi ed essere amici e sono invece costretti a uccidersi l'uno con l'altro.

 

Il colloquio non ha esito, non è possibile che ne abbia.

Munezo incita l'antico amico ad arrendersi.

Questi lo invita piuttosto a combattere per poi assalirlo con violenza.

Qualcosa spinge Munezo a tentare comunque di risparmiare Hazawa, ma in un ambiente ristretto non sarebbe possibile evitarne a lungo i colpi limitandosi a una difesa passiva.

 

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Per quanto suo malgrado Munezo, dopo essere corso all'aperto ove Hazawa lo segue immediatamente, è costretto comunque a snudare la spada.

Tenta ancora di risparmiare l'avversario, che non ha e non può avere i suoi scrupoli, e le sue esitazioni.

Ne viene ferito.

Ricorre allora finalmente alla tecnica della spada nascosta, assumendo un atteggiamento rinunciatario e privo di guardia. E' nel momento del prevedibile attacco che Munezo si sottrae e colpisce a sua volta.

Forse il colpo non sarebbe mortale.

Hazawa quando accenna a tentare una debole reazione viene però abbattuto senza pietà dai fucilieri che erano appostati nei dintorni.

Viene così privato ancora del diritto di morire onorevolmente, da samurai, lottando da pari a pari con un'arma in pugno.

 

 

 

 

Sulla via del ritorno Munezo incontra di nuovo la donna.

E' sconvolta.

Era convinta che dopo il suo intervento fosse stato impartito l'ordine di risparmiare la vita di Hazawa: è stata rassicurata in merito dal feudatario in persona.

Munezo però non ha ricevuto alcuna disposizione, né direttamente né a mezzo di messaggeri, di tentare di prendere vivo il ribelle.

 

 

Quando per riconoscimento del suo operato gli viene concessa udienza presso il feudatario ha l'ardire di chiedergli se egli abbia effettivamente ricevuto la moglie di Hazawa.

Non nega neppure: ammette, con un ghigno osceno,  di averla ricevuta e di avere approfittato di lei senza avere alcuna intenzione di acconsentire alla sua richiesta.

Lo dobbiamo dire per l'ultima volta: è di nuovo una situazione tipica, una di quelle che  ritroviamo costantemente in questo genere di rappresentazioni artistiche, comprese le altre opere di Yamada.

In seguito all'oltraggio e alla umiliazione che ha dovuto subire, la compagna di Hazawa si uccide.

E' chiaro che Munezo non ha più alcuna intenzione di continuare ad essere un ingranaggio funzionale ai questo sistema.

Gli rimane solo da decidere se prendersi la sua vendetta prima di andare via per sempre.

Per rispetto nei confronti del futuro spettatore non sciogliamo questo dilemma.

Abbandonerà la sua terra natale, recandosi a Ezo (l'attuale Hokkaido), isola all'estremo nord all'epoca ancora scarsamente popolata se non addirittura desertica, ove ricostruirsi una vita abbandonando la casta samurai.

Prima di affrontare il lungo viaggio per mare si reca però in campagna, per incontrare Kye.

Le chiederà di condividere il suo destino.

Essa, scherzando, risponderà chiedendo se si tratta dell'ordine di un samurai.

In tal caso, non le rimarrà che obbedire.

 

 

Tasogare Seibei (The twilight samurai)
Regia: Yoji Yamada, 2002
Hiroyuki Sanada (L'Ultimo Samurai), Rie Miyazawa e altri

Candidato Oscar 2004 come miglior film straniero.

Premio del pubblico al Far East Festival 2004

Berlino 2003 - Selezione Ufficiale - In concorso.

La vicenda si svolge alla metà del XIX secolo, poco prima della restaurazione Meiji. Il samurai al tramonto (da ricordare il termine usato per tramonto/crepuscolo: tasogare) è Seibei Iguchi, un samurai di basso rango che, nonostante l'appartenenza ad un prestigioso clan, a causa della prematura morte della moglie per tubercolosi preferisce dedicarsi alla cura della anziana madre e delle due figlie e trascura gli obblighi sociali che l'appartenenza al clan e l'ambizione alla carriera prevederebbero: orari di lavoro prolungati per poi passare la serata nelle locande a sbevazzare con i colleghi e con il capo.

 

Conduce quindi la sua vita lavorativa da impiegato amministrativo contabile con la spada al fianco, ma finita la giornata lavorativa saluta tutti e torna dalle sue figlie, lasciando dietro di se una scia di commenti non benevoli da parte dei colleghi circa il suo comportamento rinunciatario e "crepuscolare". La situazione cambia drasticamente quando a Seibei capita di dover tenere testa ad un pericoloso samurai che voleva aggredirlo; con il solo aiuto di un corto bastone esegue un mirabile controllo e bloccaggio delle braccia dell'aggressore che impugna la spada, e poi gli assesta un colpo in capo sufficiente a metterlo fuori combattimento senza ucciderlo (eventualità che Seibei voleva assolutamente evitare). Naturalmente Seibei non si difende con la sua spada anche perchè, per far fronte alle sue esigenze economiche, ne aveva venduto la lama, e da tempo andava in giro portandosi appresso solo la montatura con lo tsunagi, la lama sostitutiva in legno. (1)

 

In virtù di questo valente gesto i suoi capi decidono di impegnarlo in una missione pericolosa: stanare e uccidere un samurai che si era rifiutato di fare seppuku asserragliandosi in una casa e facendo scempio delle guardie inviate per catturarlo. E' l'occasione per Seibei di dimostrare il suo valore e riscattarsi da una vita grigia, ma accettando il rischio di soccombere e lasciare orfane e sole le sue figlie. Che fare? Tenere fede al codice samurai e accettare o rifiutare questa possibilità e lasciare il clan, il lavoro e lo status di samurai?

 

La cosa interessante è che questo film riflette esattamente le tensioni e le pressioni a cui è sottoposto ai giorni nostri il tipico sarariman (salary man) medio giapponese dei nostri tempi. Spesso assenti da casa e dalla vita familiare, incapaci di ricoprire il ruolo di padre, prosciugati nelle loro energie dalla vita lavorativa stressante e dagli impegni sociali del dopolavoro, gli uomini giapponesi tornano a casa a notte fonda ubriachi e stanchi e consumano così la loro vita affettiva in favore di un astratto principio di appartenenza all'azienda e al Paese. In pochi arrivano a godersi a lungo la pensione: spesso muoiono di karoshi (morte da eccesso di lavoro), nelle varie forme in cui essa si manifesta. Coloro che si sottraggono a questa logica perversa (e sono per fortuna in numero crescente), preferendo vivere una vita forse meno esaltante da un punto di vista lavorativo, ma che privilegi gli affetti e i valori della famiglia, vengono sottilmente emarginati nell'ambiente lavorativo, e definiti, appunto, tasogare-zoku (traducibile come razza - o gruppo - crepuscolare...).

 

 

Alberto Villari

(1) Le lame giapponesi hanno normalmente due montature: il koshirae che serve per utilizzarle e la shirasaya (fodero bianco) in legno di ho in cui la lama viene tenuta "a riposo" quando non utilizzata per un certo periodo di tempo. La montatura non utilizzata al momento viene tenuta assieme inserendovi e spinandovi una falsa lama in legno chiamata tsunagi.

 

 


Per quanto tardiva è' questa la prima opera di Yoji Yamada (Osaka, 1931) che abbia raggiunto diffusione e notorietà in occidente.

Infatti il regista si è dedicato soprattutto nella sua fortunata carriera, iniziata nel 1961, alla direzione di lunghe serie televisive tra cui soprattutto quella di ambientazione gendai di Tora san, mercante ambulante destinato a vita non solo errabonda ma anche sfortunata.

Si è articolata in 48 puntate a partire dal 1969 e fu interrotta nel 1996 solamente per la scomparsa dell'attore protagonista, Kiyoshi Atsumi.

 

 

 

 

E' questa la prima opera di una trilogia del samurai cui appartengono anche The hidden blade (Kakushi ken, 2004) e Love and honour (Bushi no Ichibun, 2006, titolo che in realtà andrebbe reso con L'onore del guerriero).

Tutte le opere della trilogia provengono da racconti dello scrittore Shuhei Fujisawa (1927-1997) autore di circa 50 opere in cui dipingeva prevalentemente le vicende di.samurai di epoca Edo (1603-1868). Dei suoi libri vennero vendute circa 23 milioni di copie.

Non venne tuttavia replicato dalle opere successive di Yamada, perlomeno in occidente, il successo di Tasobare seibei.

Forse a causa di una marcata ripetitività della trilogia, di cui occorre comunque rendere conto al lettore.

 

La ripetizione metodica degli stessi stilemi può infatti avere ragioni meramente commerciali ma anche ragioni più profonde.

E' il caso dell'insistito ritorno di molti autori giapponesi alla difficile epoca dell'apertura all'occidente, e al travaglio interno prima ancora che materiale di chi è stato condizionato a vivere in una società differente, adeguandosi a ideali del passato che difficilmente reggono al trasformarsi del mondo.

Il protagonista della trilogia è sempre un samurai: e un samurai sfortunato, ridotto da circostanze esterne a vivere in una condizione inferiore alle sue aspettative e alle sue capacità.

 

 

 

Il suo travaglio, incapace come è di separarsi dal mondo dei suoi antenati e non ancora pronto ad affrontare quello dei suoi contemporanei, viene aggravato dalle inutili mansioni burocratiche cui viene assegnato nel suo feudo, mortificandone la spirito guerriero. Seibei ad esempio è magazziniere in un deposito di grano.

Gli viene offerta una imprevista occasione di riscatto affrontando un duello disperato.

Ma questo ricorso alle leggi dell'onore è sempre inquinato da corruzione e disonestà da parte classe dirigente, che pure riempiendosi continuamente la bocca della parola onore ha comportamenti di fatto disonorevoli.

Questa ripetizione delle medesime situazioni e anche delle medesime allusioni non è peculiare del solo Yamada.

Quasi sempre ad esempio nelle opere degli autori che hanno portato sullo schermo le tragedie grandi o piccole dell'era Meiji, gli sfortunati protagonisti di quella era cadranno sul campo di battaglia, falciati non da una spada ma da vili pallottole.

Ma solo una voce narrante informerà lo spettatore al termine della vicenda, rimpiangendo quegli uomini e quelle donne che seppero mantenere l'onore anche quando sembrava impresa impossibile; uomini e donne di cui con l'avvento della "civiltà" si è perduta la tempra, mentre la corruzione di allora è stata semplicemente sostituita dalla corruzione di adesso.

Temi, la conclusione è inevitabile, su cui insistere è doveroso.

 


Seibei Iguchi conduce una vita difficile: rimasto vedovo, fugge appena può dal lavoro, per tornare dalle sue bambine e dalla vecchia madre. Ha una impossibile storia d'amore con Tomoe, sposata con un uomo volgare e brutale..

Il suo atteggiamento rinunciatario, del resto prevedibile in un guerriero ridotto a un ruolo burocrativo e ripetitivo, ha fatto sì che i colleghi, interessati invece a fare carriera mostrandosi zelanti, lo abbiano soprannominato Tasogare (tramonto). Il tipico rappresentante di un'epoca giunta a un irreversibile tramonto.

 

 

 

 

 

Inadattabile alle convenzioni e alle ipocrisie del mondo in cui vive, Seibei è tuttavia estremamente legato alla tradizione marziale. Appartiene a una scuola di spada che predilige il combattimento con la spada corta, il wakizashi.

Coinvolto in una rissa per difendere un amico viene sfidato a duello, e lo affronterà, contro la lama tagliente del suo avversario, con un corto bastone di legno utilizzato come wakizashi.

In realtà, è uno degli stilemi ricorrenti nel narrare le gesta dei samurai, non ha una spada lunga: l'ha dovuta vendere per mantenere la famiglia, all'interno del suo fodero non c'è nulla.

Se la notizia divenisse di pubblico dominio sarebbe disonorato per sempre.

 

Seibei vincerà il duello, senza uccidere il suo avversario. La fama delle sue virtù marziali gli riguadagnerà qualche considerazione da parte dei superiori ma lo costringerà a un combattimento mortale.

Ha origine in  uno degli innumerevoli episodi oscuri del tormentato periodo Bakumatsu, il cruento passaggio dal potere dello shogun a quello imperiale e dall'isolamento all'apertura verso il mondo occidentale, nella seconda metà dell'800. Un dignitario del feudo ha ricevuto l'ordine dallo shogun di commettere seppuku, evidentemente per un atto di insubordinazione o ribellione.

Ma Zen'emon Yogo, uno dei samurai al suo servizio, rifiuta di obbedire e ha ucciso il messaggero inviatogli, barricandosi nella sua abitazione. Seibei è incaricato di affrontarlo.

L'attore che impersona Zen'emon Yogo è Min Tanaka (1945), celebre danzatore giapponese. E' qui in una delle sue prime apparizioni sullo schermo, che gli varrà alcuni premi come migliore attore non protagonista.

Yogo invita Seibei a entrare, e i due discutono a lungo. La loro vita è stata molto simile, anche Yogo che dopo una lunga parentesi come ronin, samurai senza padrone, aveva trovato rifugio al servizio del suo signore, è un uomo di altri tempi.

Serberà sempre eterna gratitudine al suo signore, anche dopo la morte, ma rifiuta di eseguire ordini che provengono da una società che disprezza.

Costretti a combattersi fino alla morte, i due uomini si rispecchiano l'uno nell'altro.

 

La feroce determinazione di Yogo, che nulla ha da perdere e non è più attaccato alla vita, prevarrebbe sulla tecnica di Seibei non supportata da una paragonabile forza di volontà. Ma il caso vuole che Seibei abbatta il suo avversario.

Uccidendolo ha ucciso anche se stesso, ma dovrà continuare a vivere per la sua famiglia e per Tomoe.

Un ordine delle autorità lo porterà tre anni più tardi a morire inutilmente, lontano dalla sua terra, in una guerra che non gli appartiene.

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