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Nonostante il titolo di questo articolo è bene fare una doverosa premessa: a rigore Felice Beato non potrebbe essere definito cittadino italiano a pieno titolo. Innanzitutto perché nacque intorno al 1830 a Corfu, in un periodo quindi in cui non esisteva nemmeno uno stato italiano, e in un territorio appartenente geograficamente alla Grecia ma all'epoca protettorato britannico. L'isola di Corfu faceva parte però fino al 1797 dei domini della Repubblica di Venezia e fu quindi culturalmente legata per secoli all'Italia.

La madre era sicuramente di etnia italiana mentre il padre sembra fosse cittadino britannico, ma non è possibile escludere che fosse anchegli di origine italiana, semplicemente passato di nazionalità nel confuso periodo tra 700 ed 800 in cui Corfu appartenne a tre differenti nazioni: prima la Repubblica Veneziana, dal 1797 la Francia e a partire dal 1815 l'Inghilterra, per ritornare definitivamente alla Grecia solo nel 1864. E' di questa epoca la richiesta da parte di Beato di un passaporto britannico. Per le ragioni sopra esposte era l'unica soluzione che gli si presentava, oltre ad essere la più conveniente. Va detto però che fonti differenti lo riportano come nato a Venezia, e che aveva probabilmente ottenuto la naturalizzazione come cittadino britannico in compenso del suo reportage sulla guerra di Crimea che fu esposto a Londra nel 1856.

Felice Beato, assieme al fratello Antonio e al disegnatore l'inglese James Robertson con cui "era in ditta" si stava già affermando nella professione che chiameremmo oggi di fotoreporter. Lo vediamo qui in un autoritratto risalente al 1866. Sia come sia, Beato ottenne da quel momento una serie di commesse che lo portarono a viaggiare in diverse nazioni dell'estremo oriente. Documentò in India la rivolta dei Sepoy contro il dominio inglese, in Cina si occupò di riprendere le vicende della seconda guerra dell'Oppio, condotta dalle truppe franco-britanniche contro il goveno cinese, che voleva interdire la vendita degli stupefacenti su cui lucravano i commercianti stranieri.

Il suo successivo passaggio fu in Giappone e precisamente a Yokohama, dove si stabilì nel 1863 e volse gradatamente il suo interesse più che alle foto di attualità alla cultura, al  paesaggio ed al popolo giapponese, valendosi anche dell'aiuto di un gruppo dii illustratori locali che coloravano a mano le sue stampe e allo stesso tempo apprendevano l'arte della fotografia, come Kusakabe Kimbei che divenne poi uno dei più rinomati fotografi del Giappone, Ueno Hinoma ed altri ancora. Fu probabilmente l'esponente più prolifico ed importante della scuola fotografica di Yokohama, e pubblicò per vari anni il periodico in lingua inglese Japan Punch assieme al suo socio in affari Wirgman. Sfortunatamente il suo archivio venne distrutto da un incendio nel 1866, ma gli anni successivi lavorò instancabilmente per ricostruirlo ed accrescerlo, ispirandosi molto nelle sue opere anche alle stampe giapponesi di Hokusai ed Hiroshige.

Impegnato in numerose e non sempre fortunate attività commerciali, anche per un certo periodo console generale  di Grecia in Giappone, lascò l'attività di fotografo nel 1877 cedendo il suo archivio a Raimund von Stillfried, artista austriaco a sua volta attivo in quegli anni in Giappone e fotografo ufficiale dell'imperatore Mutsuhito (meglio conosciuto come Meiji). Beato lasciò il Giappone nel 1884 vendendo quanto era rimasto dell'archivio ad Adolfo Farsari, valido rappresentante del non numerosissimo ma estremamente agguerrito gruppetto di italiani che nella seconda metà dell'800 furono pionieri dei rapporti con il Giappone. Tra loro l'esploratore Giacomo Bove che nel 1872 partecipò come cartografo alla missione della corvetta Governolo all'esplorazione di Borneo e Giappone, Edoardo Chiossone che diresse a lungo l'Officina Carte e Valori di stato del Giappone e a cui è intitolato il prestigioso Museo di Arte Orientale di Genova, Enrico di Borbone Parma che acquisì in Giappone il nucleo di quella importante collezione ora diivisa tra il Museo di Ca' Pesaro a Venezia ed il Museo Etnografico Pigorini in Roma, ed altri ancora. Ne riparleremo.

Per ora torniamo a Felice Beato, per parlare della sua tecnica fotografica. La fotografia dell'epoca era molto distante da quella odierna; Beato lavorava infatti con la tecnica maggiormente diffusa al momento, quella dell'albumina, ancora allo stato pionieristico in quanto introdotta solo pochi decenni prima dal francese Blanquart Evrard. Dapprima era richiesta una meticolosa preparazione della gelatina fotosensibile da stendere sulle lastre fotografiche. Si otteneva comunque una sensibilità molto bassa che richiedeva lunghi tempi di esposizione, rendendo inevitabile l'uso del cavalletto e proibendo di fatto il genere fotografico conosciuto come "istantanea".

Le pose privilegiavano quindi soggetti statici, come i paesaggi, o richiedevano accurate ricostruzioni in studio utilizzando fonti di luce artificiale, ove le pose dei personaggi apparivano spesso artificiose dovendo essere sostenute a lungo in perfetta immobilità. In tempi di fotografia digitale è bene ricordare anche che sulle lastre si otteneva una immagine in negativo ossia con i toni invertiti, poiché si annerivano maggiormente le superfici più esposte alla luce. Era quindi necessario un ulteriore passaggio per riportare l'immagine al positivo.

Veniva quindi preparata e stesa su un supporto di carta una differente gelatina con fissante a base di albume d'uovo e materiale fotosensibile a base di nitrato d'argento. La stampa dal negativo avveniva per contatto, sovrapponendo la carta al negativo che veniva poi illuminato da una fonte di luce che attraverso la trasparenza della lastra negativa trasmetteva l'immagine sul supporto di stampa. Le immagini, dello stesso formato del negativo, venivano poi colorate a mano da artigiani specializzati che seguivano i metodi tradizionali giapponesi, creando una nuova espressione artistica sintesi di due diifferenti culture. In giappone infatti si colorava all'acquerello, tecnica che si rivelò decisamente più appropriata di quella all'olio utilizzata in occidente, che ricopriva l'immagine di un velo opaco, privandola di luminosità.

Accenniamo infine alla incertezza delle fonti sulle ultime vicende di Beato, che alternò l'attività di antiquario a quella di fotografo e scomparve forse in Birmania nel 1903, forse dolo alcuni anni dopo (la sua compagnia venne sciolta 1907), per poi lasciare spazio alle sue opere.