Akira Kurosawa: Tora no o fumu otokotachi

1945

Denjiro Okochi, Susumu Fujita, Keniichi Enomoto

 

Girato nel 1945 con mezzi di fortuna, dura infatti meno di un’ora a causa della difficoltà di reperire pellicola, il film è tuttavia estremamente denso e “pieno di ki”. Lo disse il maestro Hideo Kobayashi dopo averlo visto per la prima volta nel 1981 all'Istituto di Cultura Giapponese in Roma: all’epoca ne esisteva in occidente una sola copia, a Parigi, ma anche in Giappone l'opera aveva avuto scarsa diffusione. Narra la fuga attraverso le montagne del principe Miyamoto no Yoshitsune accompagnato da sei fedeli samurai, per sfuggire alla persecuzione del potente shogun Minamoto no Yoritomo: suo fratello, cui fa ombra con la sua fama di invincibile guerriero.

Rimarchevole nel film la prestazione di Keniichi Enomoto, famoso mimo frequentemente utilizzato da Yamamoto Kajiro, il maestro dalla cui ombra Kurosawa stava uscendo allora. Recita magistralmente la parte di un buffo portatore, spezzando col riso la tensione emotiva della vicenda. Gli altri protagonisti sono Denjiro Okochi nelle vesti del carismatico monaco guerriero Benkei, e Susumu Fujita in quelle del principe Yasuie Togashi Saemon no jo che ha il compito di arrestare Yoshitsune. Appare per la prima volta, tra i samurai al seguito di Benkei, l'attore che fino alla sua scomparsa nel 1982 accompagnerà Akira Kurosawa: Takashi Shimura.

La vicenda è riadattata da Kanjinchō, opera del teatro kabuki di Namiki Gohei III, a sua volta derivata da Ataka, rappresentazione di autore sconosciuto del più aristocratico teatro no, che prende il nome dal posto di frontiera ove si svolge l'azione.

La prima rappresentazione del Kanjinchō avvenne nel 1840 e i protagonisti furono Ichikawa Ebizō V (Benkei) e Ichikawa Danjūrō VIII (Togashi).

Viiene rappresentato tuttora, e nella foto (tratta da Wikipedia) vediamo Ichikawa Enō, discendente della dinastia, impersonare Musashibō Benkei.

Questo potrebbe fare pensare ad una scelta lungamente meditata e programmata con cura, ma in realtà l'opera ebbe una nascita travagliata e in un certo senso casuale: Kurosawa aveva scritto la sceneggiatura di Dokkoi kono yari (La lancia rubata).

Era ambientata intorno al 1560 e l'episodio saliente trattava della battaglia di Okehazama in cui l'astro nascente Oda Nobunaga si impose all'attenzione del Giappone. Alla testa di uno sparuto esercito di guerrieri di Owari affrontò le ingenti forze dell'invasore Igakawa Yoshimoto, distruggendole completamente con un attacco temerario, dopo avere incitato i suoi uomini con un discorso che così terminava:

Volete veramente spendere l'intera vita pregando di vivere a lungo? Siamo nati per morire! Chiunque sia con me, venga sul campo di battaglia domani all'alba. Chi non lo è, rimanga semplicemente qui dove si trova, ed assista alla mia vittoria!

Ricevuto l'incarico dei preparativi, Kurosawa si recò assieme ai due protagonisti designati, Okochi ed Enomoto, nella regione di Yamagata ove erano soliti girare film in costume, ma si rese ben presto conto che le condizioni belliche non permettevano un'opera ambiziosa. Era impossibile, tra l'altro, reperire i cavalli necessari per ricostruire una grande battaglia di quell'epoca: erano stati quasi tutti requisiti, ed i pochi rimasti non erano in condizioni tali da poter "recitare" la parte di destrieri da combattimento.

Kurosawa scrisse in tre giorni una nuova sceneggiatura, ricavandola dal Kanjinchō ma ridisegnando la parte di una figura di contorno per adattarla alle caratteristiche di Enomoto che era all'epoca uno degli attori più noti del Giappone ed era comunemente chiamato Enoken (un po' come il nostro Antonio de Curtis, universalmente conosciuto come Toto', cui lo accomuna anche la impagabile mimica facciale). Le riprese sarebbero state effettuate al risparmio, utilizzando come unico set la foresta imperiale che si trovava proprio accanto agli studi di produzione e senza alcuna scena di massa, perché la tradizione riportava che solamente sei samurai accompagnavano il principe Yoshitsune in questa impresa.

La foto seguente mostra il trentacinquenne Akira Kurosawa sul set, mentre impartisce istruzioni ad Okochi e Fujita. E' tratta da Something like an Autobiography, dello stesso Kurosawa, ed. Vintage Books, 1983.

L'abito di scena di Okochi è palesemente ispirato al Kanjinchō ma anche gli atteggiamenti scenici dei vari personaggi, le declamazioni e la musica di accompagnamento richiamano il teatro kabuki.

Strano a dirsi, fu proprio questo adattamento a causare in seguito l'oscuramento dell'opera.

Con le autorità di occupazione americana non ci furono particolari problemi, per quanto fossero molto attente nel controllare ogni tentativo di esaltare lo spirito nazionalista o guerriero del Giappone. Un gruppo di alti ufficiali intervenne addirittura ad assistere durante alcune riprese, facendo osservazioni molto pertinenti e rispettose. Ne faceva parte, ma questo Kurosawa lo venne a sapere solo alcuni anni dopo, il grande regista John Ford che gli inviò anche un biglietto di congratulazioni, peraltro mai consegnato all'interessato.

Sorprendentemente fu la censura giapponese, che già tanti problemi  aveva creato in precedenza a Kurosawa, convinto di essersene finalmente liberato, a bloccare per diversi anni la distribuzione del film. Di fatto è rimasto praticamente inedito fino ai giorni nostri.

Per quanto non ancora aboliti, gli uffici della censura avevano perso praticamente ogni autorità ed avevano dovuto traslocare altrove in condizioni veramente disagiate, tanto che Kurosawa al vederlo non seppe trattenere un istintivo moto di simpatia. Che gli passò ben presto. Negli anni passati aveva avuto seri problemi con la censura, ma i tempi erano cambiati. Il dirigente Iwao Mori gli aveva sempre raccomandato di mantenere il controllo durante le audizioni, sussurandogli "Calmo! calmo..." , ma questa volta fu lui stesso a suggerirgli "Gli dica esattamente cosa pensa di loro".

Gli stolidi burocrati con cui dovette ancora una volta confrontarsi Kurosawa non riuscivano a rendersi conto di quanto fossero cambiati i tempi, e per quanto ridotti a dar fuoco agli incartamenti per riscaldare il gelido ufficio ove erano confinati, non avevano perso nulla della loro arroganza. Criticarono immediatamente l'arroganza di Kurosawa nell'avere preso a modello il Kanjinchō - si sa che facilmente vediamo proiettati negli altri i nostri difetti - e soprattutto l'affronto di avere introdotto in un'opera classica un personaggio comico, per giunta interpretato da quello che abbiamo essere detto l'equivalente del nostro Toto'.

Kurosawa, che era famoso per i repentini cambi di colorazione della sua epidermide nei momenti d'ira - fenomeno che aveva suscitato l'attenzione di numerosi operatori di macchina che lamentavano l'impossibilità di renderne l'effetto in bianco in nero -  ebbe la soddisfazione di vedere ripetersi il fenomeno nel viso dei suoi interlocutori. Disse infatti veramente, e senza perifrasi, cosa pensava di loro.

Sfortunatamente, non sappiamo se fu una dimenticanza voluta ma è noto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca - gli uffici di censura non trasmisero mai al Quartier Generale delle autorità di occupazione la scheda del film, che si trovò ipso facto ad essere fuorilegge e venne ritirato dalla circolazione. Fu per caso tre anni dopo che un funzionario del Quartier Generale prese visione del film e non vedendo alcuna ragione per proibirne la circolazione lo mise finalmente in regola. Ma il momento era passato, lo stesso Kurosawa aveva già girato altri 5 film e cominciava ad essere riconosciuto come un maestro dell'arte, tuttavia Tora no ofumu otokotachi ha continuato da allora ad essere un'opera che "cammina sulla coda della tigre", conosciuta ed ammirata solo da una ristrettissima minoranza.