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Akira Kurosawa: La sfida del samurai
Yojimbo), 1961

Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai, Takashi Shimura, Daisuke Kato, Susumu Fujita

 

Un silenzioso enigmatico samurai senza padrone e senza nome vagabondando privo di meta giunge in un piccolo villaggio dove è in corso una feroce guerra tra due bande rivali, capeggiate dal grossista di seta e da quello di sake. In realtà quando gli viene chiesto il nome il ronin inventa lì per lì uno pseudonimo ispirandosi a quello che gli si trova davanti:  Kuwabatake Sanjuro (Gelseto Trentenne). Ma nella sbrigativa edizione italiana - che non ebbe successo - questa scena venne tagliata. Tuttavia l'espediente piacque a Kurosawa che citò se stesso nell'opera successiva ove il protagonista si attribuisce il nome di Tsubaki (Camelia) Sanjuro che è anche il titolo del film.

Enigmatico e cinico il ronin passa con disinvoltura da una parte all'altra lasciando lievitare le offerte per avere a servizio la sua spada come guardia del corpo (yojimbo), ma in realtà il suo scopo, dichiarato fin dall'inizio al gestore della locanda, scettico ma fedele alleato, è di annientare entrambe le bande per restituire la pace al paese. La storia -  plot per rispettare il termine tecnico utilizzato nel mondo del cinema -  sembra sia debitrice ad un racconto giallo dello scrittore americano Dashiell Hammet, maestro del genere che venne definito hard boiled per il suo crudo realismo. Una ennesima prova dell'attenzione con cui Kurosawa guardava al mondo occidentale, prendendo spunti sia dalla letteratura "alta" (Shakespeare, Gorkij) sia da quella più popolare come dimostra questo secondo caso di ispirazione alla letteratura statunitense contemporanea di intrattenimento. L'altro esempio come è noto è Anatomia di un rapimento, ripreso da uno dei gialli della serie dell' 87. distretto scritti dall'italo-americano Ed McBain (nato come Salvatore Lombino) e pubblicati in Italia nella collana Giallo Mondadori.

Il soggetto venne quasi subito ripreso a sua volta da Sergio Leone che ne ricavò Per un pugno di dollari. Non il primo western all'italiana ma certamente il primo che nonostante la pochezza dei mezzi impiegati abbia riscosso un vero successo internazionale, dando inizio alla luminosa carriera di un artista che aveva dato finora prova di se soprattutto come negro ossia mero esecutore senza diritto di firma. La famosa scena della corsa delle bighe in Ben Hur sembra sia da attribuire a Leone che pure come autore vantava prima della cosidetta trilogia del dollaro solamente un non memorabile Il colosso di Rodi, opera tarda del genere peplum fiorente in Italia tra gli anni 50 ed i 60. Una lunga controversia tra Kurosawa e Leone, che non aveva chiesto alcuna autorizzazione per il riutilizzo del soggetto, si risolse affidando a Leone la distribuzione dei film di Kurosawa in occidente (ma che si sappia non ci fu seguito) e a Kurosawa quelli di Leone in oriente.

L'incipit dell'opera - e sappiamo che Kurosawa prestava grande attenzione alle sequenze iniziali - ci mostra un samurai , chiaramente riconoscibile come randagio dall'acconciatura del capo ma le cui non oscure origini sono evidenziate dagli stemmi di famiglia impressi sugli abiti. Trovandosi ad un bivio getta per aria con infantile allegria un bastone: la direzione ove si poserà la punta del bastone sarà anche la sua. Ed è così che arriva in un sinistro villaggio, apparentemente privo di abitanti (sono tutti rinchiusi dalla paura nelle loro case) ove una inquietante apparizione gli fa immediatamente capire che qualcosa - e qualcosa di molto grosso - non va: un cane che trotterella per la via principale, deserta e battuta dal vento, portando in bocca una mano umana, evidentemente tagliata di fresco da un colpo di spada. Ancora un cane, dopo quello di Nora Inu del 1949, dodici anni prima, che introduce lo spettatore alla sinistra atmosfera di questo film.