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Vivere (Ikiru) - Akira Kurosawa, 1952

Takashi Shimura, Yunosuke Ito, Yoshie Minami, Miki Odagiri

Secondo molti Ikiru è il capolavoro di Akira Kurosawa. Indiscutibilmente è anche e soprattutto il capolavoro di Takashi Shimura, protagonista, co-protagonista o caratterista in tutte le opere del maestro.

Nato col nome di Koji Shimura da famiglia samurai legata al clan dei Tosa, disse di lui lo stesso Kurosawa: "era un leader anche se non sembrava, e questa era la sua forza". A suo agio indifferentemente nei panni di un carismatico samurai o di un medico ubriacone, di un saggio consigliere o dell'abate di un monastero, Takashi Shimura ha percorso assieme ad Akira Kurosawa una traiettoria che va dagli anni 40 agli 80: nato nel 1905, scomparve nel 1982 poco dopo la sua ultima apparizione in Kagemusha.

A cavallo degli anni quaranta e cinquanta le sue interpretazioni più memorabili, tra le quali Ikiru rimane indimenticabile. Meticoloso ed attento ad ogni particolare, Shimura era reduce da una appendicite che gli aveva dato un aspetto emaciato, che Kurosawa volle mantenere, e somatizzò talmente il suo personaggio da terminare le riprese con un'ulcera allo stomaco. Studiò attentamente la postura assunta nel tempo dai malati terminali di cancro intestinale, e ne riproduce nel film anche il caratteristico tono di voce in falsetto: era solito dire che la voce è uno dei componenti più importanti nella costruzione di un personaggio, e per ogni circostanza adottava un tono diverso. Segnaliamo che nella versione italiana Shimura è doppiato, e benissimo, da Mimmo Palmara, in un certo senso un samurai anche lui: raggiunse la notorietà nel periodo dei film "peplum", che narravano le avventure di eroi mitologici come Ercole o di pura fantasia come Maciste, interpretando nerboruti antagonisti, poi intraprese una brillante carriera di doppiatore.

Kurosawa spesso nei suoi film d'epoca mostra come il samurai sia pronto a morire in ogni momento, vivendo ogni attimo come se potesse essere l'ultimo della sua vita. In questo che è il più osannato ma forse tra i meno visti dei suoi film di ambientazione moderna mostra invece come l'uomo contemporaneo sia impreparato non solo a morire, ma anche a vivere. Solo un immenso Takashi Shimura, con una recitazione sommessa quanto forte - non per niente era anche lui un samurai - poteva permettere al Maestro di portare credibilmente sullo schermo la sua storia.

Tornando alla vicenda, abbiamo già detto che Kanji Watanabe, il protagonista di Ikiru (Vivere) è destinato a morire in breve tempo, divorato da un tumore.

Non togliamo nulla agli spettatori anticipando questa notizia, lo sapranno comunque fin dalla scena di apertura, che mostra la radiografia del suo stomaco mentre una voce fuori campo commenta che gli rimangono solamente pochi mesi.

Ma, proprio alle soglie della morte, Watanabe è costretto a chiedersi quale sia il senso della vita, e a rendersi conto che fino a quel momento non ha veramente vissuto. La sua decisione sarà di vivere: vivere finalmente, anche se fosse solo per un attimo.

Akira Kurosawa, nel presentare il progetto allo sceneggiatore Shinobu Hashimoto gli mostrò un foglio di carta con questa sola scritta: "Una storia su un uomo che ha solo 75 giorni ancora da vivere". Kurosawa aveva all'epoca 42 anni.

Watanabe è stato per anni un anonimo funzionario di un anonimo ufficio pubblico, ove la parola d'ordine è di scaricare metodicamente ogni incombenza sulle spalle di un altro ufficio, dichiarandosi incompetenti a trattare ogni materia.

Eppure nonostante tutto le pratiche si sono accumulate e continuano ad arrivarne: gli impiegati lavorano minacciati dal crollo delle montagne di scartoffie accumulate per ogni dove.

Pur in tanto anonimato, Watanabe un qualche piccolo segno di distinzione è riuscito ad ottenerlo: vedovo da molto tempo e dedito solo al figlio ed al lavoro, da oltre 30 anni non ha mai avuto un solo giorno di assenza. Rimane turbato a sentire la storiella che una giovane impiegata ha appena ritagliato da un giornale, trovandola molto divertente: un integerrimo impiegato non si assenta mai dall'ufficio, e i colleghi chiedono come mai. La risposta è "Perché nessuno si accorga che si può fare a meno di me".


Watanabe sa di avere qualche problema di salute, ma ancora non conosce la tragica verità. La scoprirà dopo un lungo andirivieni presso squallidi laboratori di analisi.

Il mondo ordinato che Watanabe credeva di avere intorno, che credeva di avere costruito, crolla in un attimo.

Ora anche lui è dalla parte della gente comune alla prese con una burocrazia disumana e disumanizzante.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dovrà strappare la tragica notizia alla reticenza dei medici che tentano di rifugiarsi dietro una impenetrabile cortina di termini tecnici: gli rimangono da vivere pochi mesi.

Solo allora si rende conto di non avere mai veramente vissuto fino a quel momento. Cercherà nei momenti che gli restano di vivere, di assaporare per la prima volta la vita fino in fondo. Ma cosa significa vivere?

A questa domanda apparentemente semplice, Watanabe non sa dare risposta.

Sa che vuole vivere. Ma non sa nemmeno da che parte si cominci a vivere. E' destinato a morire senza avere mai conosciuto la vita.

 

 

 

 

 

Il commento della voce fuori campo ci informa che sono ormai 25 anni che Kanji Watanabe ha cessato di vivere.

I suoi progetti di vita sono miseramente falliti, le sue ambizioni nel mondo del lavoro sono state soffocate dalla burocrazia.

Ormai passava il suo tempo in ufficio a darsi un'aria occupata senza in definitiva fare molto ma l'assorbimento totale nelle sterili operazioni burocratiche lo anestetizzava, consentendogli di rinunciare a riflettere su se stesso e sul proprio destino.


Ma dove lavora Kanji Watanabe? In un non meglio precisato Ufficio Richieste dell'amministrazione comunale, ed è proprio lì che fa irruzione un giorno un agguerrito gruppo di donne di casa.

Vogliono presentare una petizione: vivono in uno squallido quartiere di periferia ammorbato dalle esalazioni di un pantano, e chiedono che l'amministrazione lo prosciughi per farne un parco giochi per bambini.

Verranno rimandate in continuazione da Erode e Pilato, e viceversa.

Nessuno degli anonimi impiegati che si annoiano dietro agli sportelli è disposto ad ammettere che il suo ufficio abbia alcuna competenza in materia.

 

 

 

 

 

Il loro atteggiamento va dalla sorpresa indignata alla noia suprema di chi deve spiegare cose ovvie a persone prive di comprendonio.

Dopo un interminabile odissea in una miriade impensabile di uffici, tutti apparentemente occupati in cose completamente diverse da quelle che la loro denominazione farebbe immaginare, esplode finalmente la rabbia delle donne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' evidente che passerano ben presto a vie di fatto se nessuno darà loro retta o perlomeno si sforzerà di fornire una risposta cortese e corretta.

l'Ufficio Richieste se messo alle strette non può esimersi dall'accogliere una richiesta ma ricorre ad una tattica vecchia, conosciuta dalle burocrazie di ogni parte del globo terracqueo, applicata diffusamente e che quasi sempre si dimostra infallibile.

La richiesta deve essere stilata per iscritto: seguirà poi il suo corso "regolare"...

Ovviamente non c'è alcuna reale intenzione di dare veramente un seguito alla petizione: la sola cosa che sta a cuore all'ufficio - ed al capo ufficio per primo - è di calmare in qualche modo quella turba di donne scatenate dando loro un contentino.

 

 

 

Impiegati e dirigenti potranno poi tornare, quanto prima possibile, al proprio indaffaratissimo dolce far niente.

La nuova pratica andrà a raggiungere le precedenti, in pericoloso bilico su una di quelle montagne di scartoffie che invadono ogni angolo dell'ufficio e che sembrano sempre sul punto di crollare seppellendo ogni cosa.

Questo episodio, che apparentemente sembra introdotto da Kurosawa come un diversivo per alleggerire la trama, si rivelerà invece determinante: sarà quello che fornirà a Watanabe una estrema occasione di riscatto.


Kanji Watanabe ha cessato di vivere con la morte della moglie, tanti anni prima, dopo un male che Kurosawa lascia immaginare crudele ed inesorabile.

Nella macchina che segue il carro funebre il figlio Mitsuo grida al padre di affrettarsi, perché la mamma sta andando via.

Troppo tardi, la perdita della moglie sarà anche la perdita della voglia e della facoltà di vivere di Watanabe

Sarà da allora solo un fuscello trasportato dalla corrente, e non riuscirà nemmeno a ristabilire un rapporto con il figlio.

 

 

 

 

 

 

Se ne renderà conto, ma incapace di porvi rimedio, il giorno che Mitsuo (Nobuo Kaneko) deve partire per la guerra.

Improvvisamente, in mezzo alla folla che assurdamente esulta per quella che sarà una immane tragedia, padre e figlio si ritrovano, si guardano, si cercano. Ma non riescono a trovarsi.

Oramai sposato ed indipendente dal padre, Mitsuo sembra comunque interessato solo ai vantaggi economici che ne può ricavare, e la moglie Katsue (Kyoko Seki) è sulla stessa lunghezza d'onda.

 

 

 

 

 

 

 

Realizzando al momento di fare il bilancio della sua vita di non avere mai realmente vissuto, Watanabe inevitabilmente continua a chiedersi cosa significhi mai vivere, ma la sua ricerca è confusa, casuale.

E' difficile cominciare a vivere quando si è già alle soglie della morte.


Ormai indifferente a quello che i colleghi possano pensare di lui, Watanabe si assenta dall'ufficio e ritira la sua liquidazione, su cui il figlio aveva già messo l'occhio ma che dovrà servire invece a lui per trovare un senso agli ultimi mesi di permanenza su questa terra.

Ma non trova sollievo in quello che sembra attirare invece la gran parte delle persone. Assiste ad una partita di baseball, ma non riesce ad appassionarsi come vede fare alle decine di migliaia di persone in mezzo alle quali si è confuso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una conoscenza occasionale fatta in una taverna gli offre diversi spunti. Si tratta di uno scrittore bohemien (Yunosuke Ito), che si offre di introdurre Watanabe ai segreti dela vita vissuta intensamente.

La sua disponibilità non è del tutto disinteressata, il controllo della ben fornita borsa di Watanabe fa gola anche a lui.

Però non basta il denaro per vivere nel vero senso della parola: le prime visite ai locali da gioco lasciano Watanabe tutto sommato indifferente.

Che vinca o che perda, cosa può cambiare per lui?

 

 

 

 

 

 

 

Certo, il denaro permette pur sempre di levarsi qualche piccola soddisfazione.

Ed è così che Watanabe viene in possesso di un cappello nuovo, che ben lungi dal dargli felicità sarà una continua causa di preoccupazione, per paura di perderlo o rovinarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giro dei locali notturni trasporta Watanabe in un mondo che non sapeva nemmeno che esistesse.

Dopo aver passato una "vita" ordinata e monotona, ecco d' improvviso spalancarsi di fronte a lui i presunti paradisi della trasgressione.

Ma resta vana  l'impossibile pretesa di trovarci una ragione di vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'alba trova i due amiconi stravolti dall'alcol e dai "vizi" e con l'impressione per Watanabe di avere sprecato ancora una volta il suo  tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Inaspettatamente Watanabe trova un raggio di sole nella sua vita, proprio nel momento in cui sta per terminare: la ragazza, di cui non sapremo mai il nome, che raccontava la storiella dell'impiegato modello che non si assentava mai per non rendere evidente la sua inutilità (Miki Odagiri, allora agli esordi ma abbastanza esperta da venire sorpresa - come narra in una intervista - dalla recitazione anticonvenzionale richiestale da Kurosawa).

Watanabe vede probabilmente in lei la possibilità di avere per interposta persona quello che non ha mai ottenuto e ingenuamente soddisfa tutti i suoi desideri o capricci, pago di vederla contenta.

E' una relazione assolutamente platonica, le maggiori soddisfazioni di Watanabe sono indiscutibilmente innocenti, come accompagnare la ragazza al Luna Park o comprarle quel paio di calze che sognava da tanto tempo.

In questo modo si sente sia ritornare in un certo senso giovane, in qualche caso addirittura bambino, sia rivestito di responsabilità. Prova la gioia di essere in grado di fare del bene, di essere utile a qualcuno e qualcosa.

Ma non per questo sarà una relazione meno difficile, e alla lunga si rivelerà impossibile.

Pur gradendo la compagnia di Watanabe la ragazza ha anche, comprensibilmente, bisogno di vivere la sua vita senza essere condizionata dalle attenzioni, affettuose ma con una punta di ossessività, dell'uomo.

Con la saggezza istintiva di una ragazza apparentemente senza nulla in testa, che in realtà si affida all'istinto più che al ragionamento perché sente in qualche modo di potersene fidare di più, è lei a decidere di porre fine alla loro romantica, pura ma insostenibile relazione.

 

 

 

 

 

 

Non sarà altrettanto facile convincere il resto del mondo: il figlio e la nuora di Watanabe lo colgono "in fallo" e lo osservano dalla finestra mentre si incontra con la ragazza per strada.

La ragione del suo strano comportamento sembra là, visibile, quasi a portata di mano, e terribilmente ovvia. Non che conti qualcosa per Watanabe, che ha già toccato il fondo della disperazione ed è divenuto indifferente ad un mondo che scopre solo ora  essergli stato estraneo da sempre.


Non passa molto tempo prima che Watanabe senta il bisogno di tornare in ufficio, alla ricerca di qualcosa che gli occupi perlomeno la mente, che gli riempia la giornata.

Ma proprio qui, dove meno se lo sarebbe aspettato, quando meno se lo sarebbe aspettato  trova una ragione per vivere.

Si ricorda improvvisamente della petizione presentata qualche tempo prima dal gruppo di donne di casa, quella per prosciugare un infame acquitrino e farne un parco giochi per bambini. Se la fa portare: manderà avanti la pratica.

Vivrà per quello, durante il tempo che gli sarà concesso.

 

 

 

 

 

Giustamente Kurosawa non ci lascia illusioni, non ci sarà un miracolo a salvare Watanabe.

L'azione si sposta immediatamente pochi mesi più in là. E' la commemorazione funebre di Watanabe. L'idea, che sorprese Kurosawa, fu dello sceneggiatore Hideo Oguni che aveva l'incarico di esaminare criticamente la bozza (critica che benché richiesta non fu accettata facilmente).

La sua foto è sotto l'altare, attorniata di fiori, e le pareti sono decorate di strisce bianche e rosse, i colori nazionali del Giappone.

I suoi colleghi sono seduti formalmente in seiza, preparandosi ad onorare il defunto con il banchetto funebre offerto dal figlio.

 

 

 

 

 

Dei giornalisti chiedono di entrare, per intervistare il direttore dell'ufficio. E' vero che il defunto Watanabe aveva fatto tanto per la popolazione della città?

No, non stanno esattamente così le cose - spiega cortesemente l'inappuntabile direttore. E non ci vuole molto perché i meriti di Watanabe vengano minimizzati di fronte all'opinione pubblica  e se ne approprino burocrati e politici.

Esattamente coloro che hanno frapposto i maggiori ostacoli alla realizzazione del sogno di Watanabe, che era poi semplicemente il sogno di tante madri e di tanti bambini.

 

 

 

 

 

 

 

I colleghi di Watanabe rimangono molto perplessi. E' evidente che conoscevano una storia assai diversa.

E' altrettanto evidente che la loro reazione naturale sarebbe di adeguarsi al conformismo delle autorità ed allinearsi alla verità ufficiale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma qualcosa fa pensare che Watanabe nell'ultimo periodo della sua vita sia riuscito ad insinuare il tarlo del dubbio nella mente di molte persone.

E' veramente vivere quello, e la silenziosa ribellione in punto di morte di Watanabe, potrebbe forse far germogliare qualcosa?

Le espressioni di alcuni suoi colleghi lo fanno pensare. Ed è perlomeno sicuro che ci faranno conoscere la verità sugli ultimi mesi di Watanabe.

 

 

 

 

 


Il tumore sta devastando il corpo di Watanabe: è sempre più curvo, la voce è talmente flebile da essere quasi inudibile, ma la sua volontà è invece indomabile, e sembra diventarlo sempre di più man mano che il corpo si spegne.

Quella pratica polverosa che ha fatto riesumare dagli archivi dovrà andare avanti, a qualunque costo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sia pure trascinandosi a fatica, dovendo spesso appoggiarsi a qualcuno per rimanere in piedi, Watanabe sfida la pioggia battente per un sopralluogo sul luogo dove dovrà nascere il parco.

E' più desolante di quanto immaginasse.

Eppure sappiamo che in ogni grande metropoli del mondo "civile" si annidano situazioni di degrado paragonabili a questa, o ancora peggiori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'agguerrito gruppetto di madri di famiglia ha finalmente trovato un valido supporto, anzi un leader che sappia guidarle nella battaglia.

Non sanno bene che cosa motivi quello che era sembrato fino a poco prima l'ennesimo arido burocrate, ma si rendono conto che un fuoco interiore arde in lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Watanabe forse pensava solamente ad un diversivo che lo aiutasse a non pensare al suo destino. E' evidente però che ora ha compreso che lo scopo è nobile, è grande.

Non tradirà la fiducia delle madri che pendono dalle sue labbra. Una cosa del genere non è nemmeno pensabile quando si sa che di lì a poco verranno tirate le somme dell'intera vita.

 

 


Le resistenze al progetto di bonifica sono tuttavia sorprendentemente forti, è evidente come ci debba essere dietro qualcosa di poco chiaro.

Negli squallidi corridoi dell'ufficio Watanabe viene affrontato da un gruppetto di yakuza, i malviventi giapponesi. Per quanto la cosa possa sembrare bizzarra alla mentalità occidentale, sono a volte una specie di istituzione, tollerata dalle autorità.

Gli yakuza controllano attività ai limiti del lecito ma di fatto insopprimibili, come il gioco d'azzardo e la prostituzione, tacitamente tollerati dalle autorità.

La condizione è che esercitino le loro losche attività in appositi quartieri ben delimitati, e che l'opinione pubblica non venga turbata dalle loro attività: sono quindi severamente vietati dagli stessi yakuza i delitti contro la persona, come le rapine, o altri che possono ingenerare allarme sociale come lo spaccio di droga.

Quindi non sorprende più di tanto la loro aperta presenza negli uffici dell'amministrazione, anche se Kurosawa non chiarisce quali sarebbero i motivi per cui la delinquenza sarebbe contraria al progetto di bonifica. Si può ipotizzare un loro intervento su richiesta, ad esempio per orpera di speculatori edilizi.

Tra di loro ritroviamo in un breve cammeo due attori che saranno a fianco di Shimura anche 2 anni dopo nei Sette samurai: Daisuke Kato, l'allegro lanciere Shichiroji che sarà uno dei "vincitori" di quella battaglia che non si può vincere, è ora un sinistro yakuza: imponente (in realtà era piccolino), con un vistoso sfregio su una guancia, e minaccioso.

E' lui a prendere per il bavero Watanabe, sollevandolo di peso, sicuro così di intimorirlo al punto da rinunciare ai suoi piani.

Watanabe risponde con un sorriso. Il sorriso riservato a coloro che non comprendono, che non sono in grado di comprendere qualcosa che è troppo più grande di loro.

Lo yakuza rimane interdetto, è lui ad essere intimorito. Molla la presa. Anche il capo dei malviventi, Seiji Miyaguchi, che interpreterà nell'opera successiva del maestro un impenetrabile ed infallibile samurai, Kyuzo, rimane colpito.

 

 

 

 

 

 

Si rende conto che nulla possono le loro pressioni psicologiche e fisiche contro un uomo che chiaramente ha rinunciato ad ogni emozione terrena.

Silenziosamente si volta e si allontana. Il gruppetto di malviventi lo segue in silenzio, tentando di mascherare con un atteggiamento sprezzante la sensazione di essere stati sconfitti.

Il capo si volta un attimo, torna a guardare Watanabe: nemmeno lui riesce a comprendere, ma nel suo sguardo c'è comunque rispetto verso chi lo ha vinto.

 

 

 


Senza nemmeno attendere che il gruppetto di malviventi si sia allontanato Watanabe, sempre più curvo su se stesso, bussa ed entra nella stanza del direttore.

La sua richiesta è già stata rigettata più volte, ma ha deciso di opporre una strenua resistenza che fiaccherà la vana opposizione dei burocrati.

Nessuno riuscirà a fermarlo e le sue precarie condizioni fisiche, che sono ormai evidenti a chiunque, ben lungi da renderlo inabile, sono un'arma in più che utilizza senza remore.

 

 

 

 

 

 

 

La sua voce, sempre più flebile, continua a ripetere, con gentilezza, con umiltà ma senza dare un attimo di respiro, sempre la stessa richiesta: "Vi prego, ritornate sulle vostre decisioni."

Per il direttore, quello stesso che a cose fatte rivendicherà per se il merito, è ormai diventato un incubo. Cerca di proteggersi dietro una cortina di formalismi burocratici, ma evita di affrontare lo sguardo di Watanabe.

E' evidente dalla sua espressione sempre più interdetta ed estenuata che ben presto cederà, sarà costretto ad arrendersi e a fare il suo lavoro.

 

 

 

 

 

 

Anche il comitato di madri di famiglia viene utilizzato come strumento di pressione.

E' lo stesso Watanabe che le riunisce e le porta in giro per gli uffici a presentare nuove petizioni e a chiedere conto di quelle precedenti.

E' evidente che l'intera amministrazione non avrà più pace finché Watanabe non avrà ottenuto quello che chiede.

Il parco giochi alla fine si farà.

 

 

 

 

 


La commemorazione della morte di Watanabe attraversa fasi altalenanti. I suoi colleghi, colpiti dalla brutalità e dal cinismo con cui funzionari e politici hanno stravolto la verità, chi più o chi meno, avvertono un senso di ribellione.

Ma man mano che il banchetto va avanti e le bottiglie di sake vengono vuotate, il tono dei loro discorsi si fa meno elevato, ed il senso di rassegnazione o il semplice conformismo riaffiorano.

Sono necessari interventi esterni per rendere conto della grandezza di quanto ha fatto Watanabe. Sinceramente comosse le donne del comitato piangono di fronte alla sua foto. E poi, inaspettato, arriva un poliziotto.

Il suo racconto è breve: non ha mai conosciuto Watanabe in vita sua, l'ha incontrato per la prima e l'ultima volta in quel parco, ormai terminato, di notte.

Nevicava, e Watanabe si dondolava lentamente su un'altalena, cantando una filastrocca infantile. Il poliziotto è rimasto colpito dalla serenità e dalla dignità dell'uomo, che da lì a poco sarebbe colto dalla crisi definitiva che gli avrebbe tolto la vita, ed è venuto a rendergli omaggio.

Ha portato con sé un oggetto personale di Watanabe, da rendere ai suoi familiari. Il famoso cappello di cui il povero Kanji andava tanto orgoglioso, comprato in fin di vita senza mai essersi permesso un lusso del genere nella sua "vita" precedente.

Il filglio, che era stato tenuto all'oscuro come tutti della malattia, inizia finalmente a comprendere la grandezza degli estremi momenti di suo padre. Troppo tardi per certi versi, ma siamo sicuri che il germe lasciato da Watanabe ha lasciato finalmente delle tracce in lui.

 

 

 

 

 

 

 

E nei suoi colleghi? Nel "mondo"?

Qualche tempo dopo una nuova "strana" richiesta arriva in ufficio. E' evidente che meriterebbe di darle seguito, ma l'ostracismo degli impiegati è unanime.

Però uno di loro ha un moto di ribellione. Si alza di scatto: un altro Watanabe?

Sulla destra oserva a bocca aperta un altro impiegato. E' interpretato da Bokuzen Hidari, che nella scena del banchetto recita la parte di chi ha alzato troppo il gomito (stupidamente tagliata in alcune edizioni).

Kurosawa commentò con arguzia che gli astemi sono i migliori quando si tratta di recitare la parte di un ubriaco ed Hidari era il migliore di tutti, seguito da Shimura.

 

 

 

La macchina da presa, diretta dalla mano magistrale di Kurosawa, indugia sull'episodio.

L'attimo in cui l'uomo (Shinichi Imori) è alle prese con la sua lotta interiore è interminabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No. Dopo una interminabile esitazione si siede di nuovo, e scompare sommerso dalla montagna di scartoffie.

Perlomeno per il momento, nessuno sembra pronto a raccogliere l'eredità di Watanabe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma a lui non importerebbe.

La morte  è venuto a chiamarlo in un momento di estrema felicità, mentre si dondola nell'altalena canticchiando una vecchia filastrocca, e intorno cade dolcemente la neve.

E' riuscito finalmente a vivere.