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La mostra per quanto estremamente succinta propone materiale interessante, foto e stampe d'epoca giacenti nei depositi del Museo Pigorini, da alcuni anni divenuto il fulcro del Museo delle Civiltà. Dovremo sottolineare più quanto assente che quanto presente, più quanto non afferrato che quanto correttamente interpretato e trasmesso al pubblico, ma è nostro dovere.

KatanaLa prima delle 6 vetrine in cui si articola la mostra espone una katana: ebbene, non è la spada attinente al mondo del sumo e il lettore comprenderà che questo travisamento non potrebbe passare sotto silenzio. In realtà è una handachi, e l'accostamento sarebbe quindi maggiormente plausibile; però viene presentata come katana.

Era uso che i daimyo (grande nome, feudatari di alto lignaggio) fossero costantemente seguiti da uno scudiero che recava la loro tachi. Non una katana che è una spada simile ma più recente e di uso quotidiano.

 

 

 

 

 

Foto1800Foto della seconda metà dell'800 raffiguranti dei sumotori. Le descrizioni a penna sulle foto, in italiano,  fanno pensare che l'autore possa essere Felice Beato.

Dobbiamo in ogni caso far notare che si tratta palesemente di ricostruzioni artificiali in studio, come diffuso costume dell'epoca, talvolta con gli stessi modelli impersonanti di volta in volta diversi personaggi..

Non una scelta voluta.

Era causata dalla l'impossibilità di scattare foto istantanee sul campo data la scarsissima reattività delle gelatine e albumine utilizzate all'epoca come materiale sensibile.

 

 

 

 

TreSumotoriLa tachi usata nelle cerimonie di apertura dei tornei di sumo, ripetendo questa antica usanza, è impugnata dallo scudiero con l'interposizione di un panno sul fodero,

Quale significato ha questo panno?

Di rispetto: quello dovuto all'emblema dell'autorità imperiale rappresentata dal feudatario; ma anche verso l'oggetto, in quanto protegge la preziosa lacca (urushi) del fodero dal sudore delle mani. Nessun oggetto di riguardo deve essere maneggiato in modo inappropriato.

Il sacro è immanente nella cultura giapponese. Ma va intravisto dove c'è. E accompagna l'uomo, non necessariamente lo guida.

La didascalia informa trattarsi di dipinto su seta raffigurante tre sumotori. Ma sarebbe stato opportuno precisare il rango del lottatore, reso evidente dalla presenza degli attendenti (e il tachi-mochi effettivamente impugna una andachi). Indossa il grembiule e il cordone riservati allo yokozuna e sta eseguendo la danza propiziatoria dohyō-iri, presumibilmente nello stile hunryû.

Si parla proprio di questo cerimoniale in altra didascalia: ma manca completamente il collegamento tra l'informazione e il reperto.

KunisadaMostraAltro esempio di presentazione al pubblico non ottimale.

La didascalia relativa a questa stampa riporta testualmente:

Utagawa Kunisada – Lottatori di sumo sul ring – Epoca Edo (1615 – 1869).

Purtroppo non possiamo accettarla.

Artista dell'epoca Edo certamente, come Raffaello lo è del Rinascimento.

Ma quando è attivo nell'arco di questi 253 anni?

E quale Kunisada? Kunisada I (1786-1865) o Kunisada II (1823-1880), attivo principalmente dopo l'epoca Edo?.

Altrove è specificato trattarsi di Kunisada II, ma se questa stampa è posteriore alla morte di Kunisada I siamo già nell'epoca in cui questultimo si firmava Toyokuni III, e siamo oltretutto già fuori dell'epoca Edo. Ma si rimane nel dubbio, la stampa è chiaramente un particolare ritagliato da un trittico, mancante dei timbri.

KunisadaOriginaleEsaminando a confronto un''altra stampa di Kunisada II, integra, possiamo ragionevolmente supporre che sia lui.

Però, non per infierire, ma perché è necessario dire anche questo.

La Edo jidai inizia il 24 marzo del 1603, data in cui Tokugawa Ieyasu diviene shogun e fissa la sua capitale in Edo.

Non nel 1615, come riportano tutte le didascalie.

Altri errori secondari dei pannelli illustrativi vengono indicati  passim nelle immagini, qui limitiamoci a segnalare che ipponzeoi non indica le tecniche di proiezione (nagete) ma è semplicemente la prima delle tecniche di proiezione. E a far presente che questi refusi indicano la mancanza della necessaria consulenza tecnica.

Ma non è qui il caso di sottolineare pedissequamente quanto altro mancante in questa mostra, che pure permette di accedere a prezioso materiale d'epoca raramente esposto dal Museo delle Civiltà e tenta di aprire ulteriori porte di accesso verso il patrimonio di culture affascinanti quanto apparentemente distanti.