Elucubrazione

E adesso che siete state avvertiti, girate al largo se potete (non potrete: la curiosità...)

Una simpatica pagina di facebook, comunque presto sfiorita, invitava provocatoriamente a rottamare i gradi "raggiunti" nelle arti marziali, e quelle virgolette ne spiegano abbondantemente il perchè. E chi non ci arriva? Ci arrivi.

Certamente occorre operare dei distinguo: per rottamare qualcosa bisogna dargli importanza o perlomeno avergliela data. Il grado è necessario finché non si è raggiunto, sempre supponendo di appartenere ad un sistema di valori ove rappresenti veramente una tappa sul cammino. Ma non è importante (non si ha: e questo non avere è proprio la ragione del voler progredire).

Dopo - anzi istantaneamente appena "avuto" - non lo si rottama: si abbandona dove capita, come quelle vecchie automobili inservibili di cui ogni fattoria che si rispetti ha una collezione, dove si fa la cuccia il cane, sonnecchia il gatto o fanno le uova le galline. Per rottamare bisognerebbe prima rivalutare, ridare importanza. Quindi non rottamiamo i nostri attestatati, lasciamoli piuttosto dove stanno a disposizione di tarli e formiche, se non disponiamo di galline.

A questo proposito, mi sto chiedendo dove stiano i miei attestati. Passo per un tipo ordinato e se ci penso prima o poi mi verrà in mente, ma sul momento non saprei. Ma non ha importanza: il nostro livello, la nostra natura, la dobbiamo portare sempre appresso, volenti o nolenti. Tantevvero che su entrambi i "libretti" del praticante yudansha sono riportati il grado, la data e la firma autografa di chi lo ha deciso (non di chi lo ha ricevuto). Non ci si può liberare rottamandolo del proprio grado. Ve piacerebbe!...

Però la  proposta di rottamazione è una giusta reazione ad un sistema distorto - se non un aborto - cui ci confrontiamo nell'epoca attuale. Sbucato fuori da culture diverse da quelle originali, anche se talvolta sbocciate negli stessi luoghi. Storicamente in Giappone, parlo solo di quello moderno tralasciando l'antico sistema dei mokuroku, esistevano due tipi di certificato. In aikido, arte marziale moderna (nata ufficialmente nel 1942) ma legata alla tradizione, vengono conservati.

Il primo, riservato ai primi 4 gradi dan, è un classico diploma di dimensioni medio grandi: non si piega, viene inviato dallo Zaidan Hojin Aikikai di Tokyo in raccoglitori cilindrici, ed è visibilmente pensato per essere esposto.

Viene consegnato solo sul tatami, durante i seminari più importanti, depositato aperto alla destra dell'insegnante, che lo consegnerà. Viene letto in pubblico e consegnato aperto. Ulteriori particolari potete leggerli qui.

Nella foto a lato figura lo scrivente, preso con le mani nel sacco a Firenze nel 1982. Nel sacco avrebbe dovuto esserci il 2. dan ma assicuro che non l'ho trovato: c'era solo un pezzo di carta con delle scritte strane.


Il secondo, più "importante", viene utilizzato a partire dal 5° dan. E' chiuso dentro una busta.... dentro c'è il diploma ma piegato, con la parte scritta all'interno, non visibile.

L'unica indicazione esterna è la semplice scritta sho (certificato).

Durante la cerimonia di consegna viene estratto, aperto, letto, richiuso. Infine finalmente consegnato.

Rimane chiuso per due ragioni. E forse di più.

 

 

 

 

 

 

 

 



La prima è che non deve essere incorniciato ed appeso al muro: tadizionalmente veniva portato con se. E' infatti del formato classico dei documenti che vediamo in tanti film sporgere dalle vesti del samurai in viaggio.

Ed ecco già spuntare una terza ragione... Chi lo detiene deve mettersi in viaggio, se per caso - o non per caso - si era fermato. E se già era sul cammino, lo deve continuare, non si deve fermare "là".


Questo genere di certificati veniva consegnato dallo shugyosha, l'uomo d'arme errante alla ricerca del suo cammino, ai ryu (scuole di arti marziali, normalmente di spada) in cui si imbatteva e chiedeva l'ammissione temporanea. Era richiesto un certificato anche solo per chiedere.

Qui vediamo in Ame agaru (Takashi Kozumi, 1999) il samurai errante Ihei Misawa chiedere l'ammissione al dojo del maestro Tsuji Gettan.

Chi vuole un altro esempio pratico può riguardare I sette samurai: il vagabondo Kikuchiyo, senza arte né parte, tenta invano di farsi ammettere nel gruppo presentando un falso diploma.

Quando verrà ammesso non sarà certamente per un pezzo di carta.

Concludendo: è per queste ragioni che i diplomi di grado inferiore si custodivano dentro un cilindro, mentre quelli superiori erano spesso in carta molto robusta, ripiegati e con la scritta all'interno: per non rovinarsi durante il viaggio.

I primi diplomi, quelli di grado minore, venivano attentamente letti dal responsabile del dojo cui si richiedeva l'ammissione, esaminati e valutati. Quelli di grado più elevato, beninteso solo se muniti dei timbri di una scuola di reputazione immacolata, non venivano aperti.

Era sufficiente esserne in possesso per poter essere ammessi a proseguire sul cammino. Non avevano per il resto alcuna importanza, non solo per chi li possiedeva ma nemmeno per il resto della comunità marziale, altrimenti perché lasciarli intatti senza nemmeno aprirli?

Cosa ci sia veramente dentro un certificato infatti nessuno può saperlo. Leggerlo spesso è inutile, e lo diventa maggiormente ad ogni nuovo passo verso l'alto.