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Una sfida attende immediatamente il nuovo Sanshiro. Ma non è più quello di prima, e dovrà rendersi  conto che non ha ancora il diritto di accettarla.

Sta tranquillamente lavando i suoi panni come era uso in ogni parte del mondo prima che venisse introdotta l'acqua corrente nelle case, ossia pestandoli con i piedi in un rigagnolo.

Qualcuno gli si avvicina alle spalle, e lo tocca col manico dell'ombrello per farlo voltare.

 

 

 

 

 

 

 

 

E' uno strano personaggio.

Impeccabilmente vestito all'occidentale, dai modi freddi ed arroganti.

Si chiama Gennosuke Higaki (interpretato da Ryunosuke Tsukigata) ed è un campione di una scuola avversaria.

E' venuto a chiedere un confronto con il maestro della scuola del judo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Shagoro Yano è però assente, e l'ospite viene ricevuto dal dojocho - responsabile della scuola - Saburo Kodama sensei (Yoshio Kosugi).

Questi acconsente solamente ad un incontro con uno degli allievi, vietando a Sanshiro di accettare la sfida

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Igaki batte con facilità irrisoria il rappresentante del Kodokan.

Il suo modo di combattere è violento, ma efficace.

Il malcapitato avversario è ridotto a mal partito e lo si deve soccorrere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennosuke Igaki ha fatto quello che era venuto a fare, ma non sembra soddisfatto. Ha istintivamente identificato in Sanshiro un nemico mortale, e lo fissa con aria di sfida.

Sanshiro Sugata rimane impassibile.

Sa già probabilmente che verrà il momento di dover accettare questa sfida, ma si rende anche conto che il momento deve ancora arrivare, e non potrà essere lui a giudicare quando sia arrivato.

O, perlomeno, dovrà essere un altro Sanshiro, ben più consapevole di quello attuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Poco tempo dopo arriva il momento di una tenzone importante, ma su un altro piano.

Gli allievi del Kodokan, in abiti civili, sono formalmente schierati all'interno del dojo, in posizione di seiza.

Attendono comunicazioni da parte del maestro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Yano sensei ha tra le mani una lettera sigillata.

La apre e la legge ad alta voce, riservandosi di comunicare dopo la lettura la sua decisione.

Si tratta di una sfida ufficiale al Kodokan.

E ha deciso di accettarla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il campione designato per affrontarla sarà Sanshiro Sugata.

In realtà l'esito di queste sfide veniva stabilito attraverso lo svolgimento di un torneo a cui partecipavano 15 rappresentanti per scuola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Naturalmente era la scuola che riportava il maggior numero di affermazioni individuali ad essere dichiarata vincitrice della sfida.

Per accentuare la drammaticità della vicenda Kurosawa decide però non solo di farne un duello uomo contro uomo, ma anche di  scindere in due episodi distinti quanto si dice sia successo nel torneo.

Non fu tra l'altro causato da una sfida, si trattava di una manifestazione ufficiale organizzata dal Dipartimento di Polizia Metropolitana di Tokyio.

Ma torniamo a questo - immaginario - scontro sostenuto da Sanshiro Sugata.

Il suo antagonista ha un aspetto temibile.

 

 

 

 

 

Sul volto di Sanshiro traspare invece la tensione agonistica, ma senza alcuna traccia del furore e della mancanza di controllo che lo caratterizzavano fino a poco tempo prima.

E' veramente un altro Sanshito quello che si trova in quel momento sul tatami, ma dovrà imparare che anche nel momento del successo si può essere sconfitti nel modo più imprevisto e più assoluto, senza che si presenti alcuna possibilità di scampo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il regista si sofferma su uno degli spettatori.

E' un volto relativamente poco noto all'epoca, ma che verrà immediatamente riconosciuto da chiunque ami il cinema di Kurosawa e quello giapponese in genere.

Takashi Shimura, qui nei panni del maestro di jujutsu Hansuke Murai, appare già in questa opera prima di Kurosawa. Non lo lascerà praticamente più fino alla morte, apparendo per l'ultima volta in Kagemusha.

Attore impareggiabile, capace di ricoprire ogni ruolo, dal protagonista assoluto alla "spalla" fino al personaggio di contorno, in grado di assumere l'aspetto di ogni fascia di età, di ogni fascia sociale, di simulare ogni carattere umano.

Ci viene qui presentato come un uomo abbastanza maturo, sebbene abbia all'epoca solamente 37 anni.

Tornerà presto nella vicenda, in un ruolo catartico.

 

I due contendenti si affrontano senza darsi respiro. I combattimenti non prevedevano all'epoca limiti di tempo né interruzioni, tantomeno categorie di peso.

Sanshiro, più agile, si mantiene costantemente sulla difensiva ed elude i costanti attacchi dell'avversario.

Viene qui, nel combattimento immaginario, anticipato quanto le fonti storiche riportano avvenuto nel torneo della Polizia, la cui posta era l'appalto per l'addestramento alla difesa personale delle forze dell'ordine metropolitane.

 

 

 

 

 

 

 

Tra il pubblico appare anche l'enigmatico damerino Igaki, seduto a fianco di Murai sensei.

Il pubblico si agita, si alza in piedi.

Sanshiro improvvisamente ha preso l'iniziativa, è entrato nella guardia dell'avversario e sta per proiettarlo al suolo.

Kurosawa rinuncia a mostrare dettagliatamente le tecniche, le lascia solamente immaginare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'attacco di Sanshiro è andato a segno.

Il suo avversario è stato proiettato a grande distanza, urtando rovinosamente contro il muro del dojo e rimanendo a terra esanime.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una folla muta è assiepata fuori dal dojo, dove hanno trovato posto solamente le autorità e gli addetti ai lavori.

Lo stupore è dipinto sugli occhi di tutti.

L'occhio dello spettatore cade invece inevitabilmente sulla donna è al centro del gruppo.

Apparentemente impassibile, quella donna ha la morte negli occhi e nel cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' la moglie del campione sconfitto, e ha compreso immediatamente che la caduta è stata fatale: il suo uomo è morto nel combattimento.

Sanshiro Sugata, anche senza averne minimamente avuto l'intenzione, anche mantenendo il suo sangue freddo e la sua serenità, ha ugualmente ucciso il suo avversario.

Si tratta in realtà di una diceria totalmente infondata, eppure a distanza di oltre un secolo dagli avvenimenti, il torneo si svolse nel 1886, continua a trovare credito in molti esperti.

Che Kurosawa l'abbia utilizzata per fini drammatici non deve però stupire né scandalizzare.