Indice articoli

Nel 1886 come già detto il Dipartimento di Polizia di Tokyo organizzò un torneo per selezionare la scuola di arti marziali destinata alla formazione dei poliziotti.

Il prestigioso incarico avrebbe fatto la fortuna di qualunque scuola, e probabilmente furono molti i pretendenti e si dovette ricorrere a delle preselezioni.

La finale, al meglio di 15 combattimenti, si svolse tra il Kodokan, scuola centrale del nascente judo, e la branca -ha - Totsuka dello Yoshin ryu.

Jigoro Kano così parla del caposcuola:

Totsuka Hikosuke era considerato il più forte jujutsuka del periodo Bakumatsu [termine dello shogunato, che ebbe fine 18 anni prima del torneo]. Dopo Hirosuke, fu suo figlio Eimi a portare avanti il nome della scuola, formando numerosi jujutsuka di valore. Menzionando il nome Totsuka, ci si riferisce al più grande maestro di jujutsu dell'epoca. Gli stessi miei maestri delle scuole Tenshin Shinyo ryu e Kito ryu vivevano con tensione ogni confronto con i maestri del Totsuka jujutsu presso il dojo Komusho dello Shogunato.

Il nome esatto della scuola sembra sia stato Totsuka ha Yoshin koryu (antica scuola). Le origini del ramo principale si fanno risalire infatti al XVII secolo.

E' presumibile che nel 1886 Hirosuke Totsuka avesse tra i 50 ed i 60 anni, e la partecipazione del caposcuola ad un torneo è inoltre estremamente improbabile, dobbiamo quindi concludere che Kurosawa abbia anche in questo caso forzato la realtà per adattarla alle necessità del racconto.

In questa foto, risalente al 1906, vediamo Jigoro Kano (al centro, con il bastone) durante una riunione con i rappresentanti delle maggiori scuole di jujutsu.

Alla sua sinistra Hidemi Totsuka (trascritto come Eimi nel racconto di Kano), figlio di Hirosuke, che è chiaramente in età già avanzata.

 

 

 

 

 

Prima di narrarci dell'epico scontro tra Sanshiro ed il maestro Hansuke Murai, il regista vuole darcene un breve ritratto.

Tratteggerà poi anche le figure degi altri protagonisti della vicenda, sul tatami e fuori.

Murai è una persona amabile, per quanto sia temuto e rispettato sul tatami, e vive apparentemente solo con la figlia Sayo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo migliore allievo è l'inappuntabile, gelido e violento Gennosuke Higaki.

Egli ha già deciso che impalmerà Sayo, senza soffermarsi a interpretare i reali desideri e le aspettative della ragazza, ritenendolo praticamente un atto dovuto.

Diventera così anche il successore di Murai alla testa della scuola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo carattere viene efficacemente tratteggiiato da Kurosawa con un'unica sequenza, particolarmente efficace proprio in grazie della sua brevità e della sua apparente ininfluenza.

Mollemente adagiato in casa di Murai, Higaki getta con noncuranza la cenere della sigaretta sopra il magnifico fiore sistemato ad arte accanto a lui da Sayo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sanshiro nel frattempo non trova pace al suo tormento interiore.

Si aggira senza una meta precisa per i quartieri di Tokyo, deserti e polverosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un cartello rotto dal vento, affisso ad un muro, acuisce il suo dolore.

E'  la casa dove risiedeva l'uomo da lui ucciso in combattimento, ed il cartello informa che la casa è in affitto.

La vedova, il cui volto pietrificato continua a riaffacciarsi agli occhi di Sanshiro, vede spezzata la sua vita sia negli affetti che nella quotidianità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sayo e Sanshiro sono destinati ad incontrarsi presto, in circostanze drammatiche.

La ragazza si aggira nei precinti di un tempio, evidentemente vicino al Kodokan visto che il prete Osho ed uno dei discepoli si trovano là, e con l'aria di chi è di casa.

Sayo ha un'aria strana, e chiede incessantemente di Sanshiro: insospettiti i due la perquisiscono.

Ha un pugnale nascosto tra le vesti, intendeva uccidere Sanshiro per evitare al padre il pericoloso combattimento contro un uomo che ha già ucciso.

 

 

 

 

 

 

Poco dopo arriverà lo stesso Sanshiro, accompagnando il maestro Yano.

Questa sequenza, apparentemente senza particolare importanza, è una pietra miliare nella storia del cinema: è infatti la prima in assoluto girata da Akira Kurosawa come regista.

Racconta di essersi sentito osservato con stupore dall'intero staff quando, con voce che tentava di rendere normale, gridò "Yoi, staato!" (Pronti, start!). La sua tensione traspariva, ma era già scomparsa nel girare la seconda scena.

 

 

 

 

 

 

 

 

E' quella in cui Sayo, evidentemente redarguita ma senza prendere alcun provvedimento concreto contro di lei, è ancora al tempio e sta pregando per la salvezza di suo padre.

L'attrice, Yukiko Todoroki, chiese a Kurosawa se dovesse semplicemente pregare per la vittoria del padre. Si sentì rispondere di pregare anche, già che c'era, per la riuscita del film.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ignari dell'antefatto Yano e Sanshiro ammirano la classica e composta  bellezza di Sayo, ma non si avvicinano per non disturbarne il raccoglimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I due giovani si incontreranno qualche giorno dopo lungo la scalinata di accesso.

Sayo ha avuto un piccolo incidente, uno dei suoi zoccoli si è rotto e Sanshiro interviene gentilmente per una riparazione di emergenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' un incontro fortuito che sembra destinato a non avere seguito, nessuno dei due pensa a presentarsi.

Eppure tra di loro nasce spontaneamente una naturale attrazione, e prendono l'abitudine di incontrarsi spesso lungo la scalinata, sempre ignorando ogni cosa l'uno dell'altra.

E' Sayo in un momento in cui desidera aprirsi a rivelare che le sue frequenti visite al tempio sono motivate dall'apprensione per la sorte del padre: lei viene per implorare la vittoria per lui, e la sconfitta per Sanshiro Sugata.

 

 

 

 

 

 

 

Improvvisamente la distanza tra i due, che sembrava doversi annullare, diventa siderale.

Sanshiro, con la morte nel cuore, rivela la sua identità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia su quella scalinata, assieme all'ombrello da lui dimenticato, i suoi sogni infranti prima ancora di cominciare a sbocciare.

La sequenza, definita sbrigativamente "scena d'amore", fu una di quelle più bersagliate dalla commissione di censura, che imputò a Kurosawa di avervi seguito una ispirazione smaccatamente "anglo-americana".

Per la verità sembra una scena, oltre che delicata, ispirata ad allusioni culturali squisitamente giapponesi, come il sottile gioco degli ombrelli dietro cui ci celano e si rivelano i due protagonisti.