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Akira Kurosawa: I sette samurai

1954

Takashi Shimura, Toshiro Mifune, Seiji Miyaguchi, Isao Kimura, Yoshio Inaba, Daisuke Kato, Minoru Chiaki

 

 

Gli abitanti di un misero villaggio, sottoposto a continui attacchi dei predoni, decidono di assoldare un gruppo di samurai che li difenda. Hanno da offrire solo il vitto, quindi il drappello che riescono ad assemblare è quanto mai eterogeneo e composto soprattutto da samurai senza ambizioni e senza pretese che hanno fatto esperienza “perdendo tutte le battaglie cui hanno partecipato”, come dice il loro capo Kanbei. Fra di loro il silenzioso ed enigmatico Kyuzo, imbattibile con la spada e che per ragioni inspiegabili accetta la modesta proposta pur potendo mirare a ben altro, il giovane ed ingenuo Katsushiro, ed un pittoresco fanfarone: Kikuchiyo, impersonato da Toshiro Mifune nel suo primo ruolo picaresco, che seppe rendere indimenticabile. Aveva fino ad allora recitato in ruoli drammatici e sembrava a quelli confinato, ma come certi samurai hanno sette vite, Mifune sembra aver avuto sette e più personalità nel suo carniere.

E' necessario parlare ancora dei Sette samurai? E' necessario rivederlo ancora per l'ennesima volta? Sicuramente sì, ed assieme a tante altre ragioni su cui è inutile fermarsi ce ne sono due importantissime. La prima è che soltanto adesso è disponibile la versione integrale dell'opera: quella che è arrivata sugli schermi occidentali negli anni 50 del secolo scorso era pesantemente tagliata dai soliti "lungimiranti" produttori. La seconda è che questa è una di quelle opere che non si logorano con la rilettura, che non stancano mai, e un episodio lontano nel tempo ma fresco nella memoria mi aiuterà a spiegare forse non il perché ma sicuramente il come.

Negli anni 70 si sparse nei locali del Dojo Centrale di aikido di Roma la voce che in un locale di periferia al nord di Roma proiettavano I sette samurai e venne immediatamente organizzata una invasione di massa per il giorno fatidico. Tutto il dojo era lì, con un certo anticipo sull'ultimo spettacolo, dopo l'allenamento quotidiano. Mentre si attendeva di entrare arrivavano dalla sala le note marziali del tema dei Sette samurai, ed il maestro Hosokawa sorridendo, con nostalgia, diceva: "Quante volte ho sentito questa musica!....". Vale la pena di ascoltare fino in fondo, dalle cupe note iniziali fino alle note marziali della riscossa: l'intera opera condensata in 10 minuti.

Eppure era lì a sentirla ancora, come tutti noi, anzi sarebbe sicuramente tornato ancora la volta successiva. Perché di alcune opere non ci stanchiamo mai, come i bambini che appena terminata la favola chiedono immediatamente di raccontarla ancora? Sicuramente debbono essere storie che racchiudano in se qualcosa di senso compiuto, storie che parlano al cuore. E questa storia sicuramente lo fa, e ci lascia la sensazione di avere assistito a qualcosa di bello e di logico. Sarà forse per quel finale ottimista per quanto con una punta di amaro? Il samurai Kanbei dichiara la  sconfitta del guerriero e decreta la vittoria del contadino, di quel'essere umano che "ha paura se c'è il sole ed ha paura se c'è la pioggia". Eppure, in qualche modo, ha vinto anche lui e perfino noi, risentendo gli squilli di quella tromba, abbiamo l'impressione di avere partecipato alla battaglia e di averne riportato qualcosa. Non necessariamente una vittoria, ma comunque qualcosa di importante.


Sappiamo dalle sue stesse dichiarazioni, raccolte nel libro Qualcosa come un'autobiografia, assieme a tante altre di natura meno tecnica ma che ci aiutano a comprenderlo meglio, che Kurosawa aveva estrema cura nel presentare le sue opere, e l'inizio di ogni suo film desta qualche sorpresa.

Qui assistiamo ad un lunga cavalcata a pieno galoppo di una turba di uomini armati.

Solo quando si fermano ci rendiamo conto dalla eterogeneità dei loro armamenti e da qualcosa di indefinibile in tutto il loro aspetto che si tratta di predoni in cerca di preda, una banda agguerrita ma raccogliticcia, formata presumibilmente dai rimasugli di questa o quella disfatta.

Ad ulteriore conferma della trasversalità del messaggio di Kurosawa, e dei continui travasi da lui effettuati e da lui provocati tra cultura occidentale e cultura orientale, un particolare curioso.

All'elmo e alla tenuta indossati dal capo dei briganti si ispira un altro famoso elmo di un personaggio negativo del magico ed immaginario mondo del cinema: Darth Vader del ciclo di Guerre Stellari, apparso sugli schermi circa 20 anni dopo.

Che d'altronde si è ispirato come trama ad un'altra opera di Kurosawa, di alcuni anni posteriore a Shichinin no samurai: La fortezza nascosta.


Il film stesso venne presto ripreso dall'industria americana, e nella versione in ambientazione western (I magnifici sette) conobbe un ulteriore travolgente successo: praticamente tutti i protagonisti divennero di colpo dei divi, e si spalancarono loro lunghe e felici carriere. Ancora una riuscita contaminatio circa 10 anni dopo, con la trasposizione in chiave western di un'altra opera di Kurosawa e precisamente Yojimbo da cui il nostro Sergio Leone ricavò Per un pugno di dollari, opera che lo sottrasse al lavoro di secondo regista senza diritto di firma (Per un pugno di dollari lo firmò con lo pseudonimo di Bob Robertson, omaggio al padre che usava firmarsi Roberto Roberti). Questa opera diede a Leone il passaporto per l'olimpo dei grandi registi trascinando al successo anche l'interprete Clint Eastwood, ora anche lui regista rinomato e di grande appeal sia per il pubblico che presso la critica. Non ha avuto invece un riscontro degno di nota il rifacimento  sempre in chaive western di Rashomon (L'oltraggio) nonostante il valore degli interpreti, tra cui Paul Newman, e del regista Martin Ritt. Ma non c'è da stupirsi molto per questo: anche la carriera di Kurosawa attraversò alti e bassi, e a volte per ragioni non facilmente spiegabili.

La masnada scruta dall'alto della collina un villaggio di contadini: ma i briganti vi sono già passati da poco, bisogna dare il tempo agli abitanti di arrivare al nuovo raccolto prima di poter avere di nuovo qualcosa da predare. E appena si sono allontanati, sbucano dal loro nascondiglio due taglialegna, che hanno ascoltato terrorizzati i loro discorsi: ora il villani sanno cosa li aspetta, e dopo il primo sconforto il vecchio del villaggio propone una soluzione inedita: combattere. Combattere con l'aiuto di qualche samurai randagio, che si contenti del solo vitto perché il villaggio non ha altro da offrire.

Ed è così che un gruppetto di contadini si reca in una città vicina, nota per essere un crocicchio dove prima o poi passano tutti i samurai in cerca di ingaggio in quel periodo di incessanti e cruente guerre, che offrono continuamente sia occasioni di rovina, come probabilmente è capitato ai briganti, che di gloria, potere, ricchezza.

La rassegna dei candidati, guardati solo da lontano dai poveri contadini che non ardiscono rivolgersi ai personaggi altezzosi che si trovano a passare davanti a loro, o se ne pentono velocemente quando lo fanno, è uno dei pezzi forti di Kurosawa: il film meriterebbe anche solo per questa sequenza di essere visto. Certamente è una delle sequenze, tante, che rimangono impresse indelebilmente in ogni spettatore.

A molti di loro però sfuggirà un particolare: il giovane samurai che inizia la rassegna è impersonato da Tatsuya Nakadai, che divenne poi uno degli attori icona di Kurosawa, che lo scelse per sostituere Toshiro Mifune dopo gli scontri avuti con lui durante le riprese di Akahige. Fu protagonista assoluto di Kagemusha e poi di Ran gli ultimi capolavori jidai del maestro.


Ma infine il pittoresco gruppetto di contadini sembra trovare l'uomo adatto: un samurai che dimostra grande sensibilità, intelligenza, coraggio, e che non sembra curarsi troppo di diventare ricco attraverso la sua spada.

Dopo aver sacrificato i suoi capell, insegna del rango samurai, per travestirsi da bonzo e salvare un bambino rapito e tenuto in ostaggio da un malvivente, (episodio storico attribuito al samurai Kamiiizumi Isenokami Nobutsuna, vissuto nel XVI secolo e fondatore della scuola di spada Shinkage ryu) riprende il suo misterioso cammino per andare chissà dove. Cosa cerchi non si sa, cosa trovi di solito lo spiega lui più tardi: un briciolo di saggezza, o perlomeno di pazienza, ottenuto perdendo tutte le battaglie a cui ha preso parte.

I contadini lo seguono a lungo, senza trovare il coraggio di farsi avanti e avanzare la loro proposta, stanchi ormai di essere malmenati: ogni samurai a cui avevano osato rivolgersi l'aveva considerata ingiuriosa: un samurai combatte per la gloria, non per il cibo.

Lo strano samurai (Takashi Shimura, impareggiabile come al solito) ha attirato sopra di se anche le attenzioni di altri. Katsushiro, un giovane samurai errante pieno di speranze e di ideali, alla ricerca di un maestro che lo guidi.

E un sedicente samurai dall'aspetto poco rassicurante e dai modi stravaganti, vestito di cenci ed armato di uno spadone più grande di lui: Kikuchiyo.

Katsushiro viene accettato come accolito da Kanbei, il misterioso samurai, mentre Kikuchiyo viene consigliato di prendere altre strade. Ma non sarà facile liberarsi di lui.


Nello sparuto gruppetto fa inaspettatamente la sua comparsa Kyuzo: un samurai taciturno ed infallibile, che aveva affrontato in confronto amichevole un altro samurai, utilizzando come spade dii fortuna dei bambu tagliati lì per lì, con esito apparentemente nullo. Ma Kyuzo aveva rivendicato la vittoria, avendo colpito per primo un impercettibile attimo prima di essere raggiunto dal colpo dell'avversario. L'altro samurai non aveva accettato la sconfitta, sfidando Kyuzo ad una tenzone mortale. L'impassibilità, la precisione nei gesti ed il tempismo di Kyuzo erano chiaramente inarrivabili dal contendente e Kanbei non ebbe il minimo dubbio: la sua sfida sarebbe stata senza speranza.

Dobbiamo qui aprire una parentesi, non breve ma che non sarà priva di interesse per i praticanti e gli studiosi di arti marziali. Essendo la prima opera in cui doveva fare un uso intenso di scene di combattimento, Kurosawa chiese al Ministero della Pubblica Istruzione che gli consigliassero un tateshi ossia un maestro d'armi di scena, e vennero interessati i maestri Yoshio Sugino e Junzo Sasamori, allora soke della antica scuola di spada Ono ha Itto ryu, che dovette però rinunciare dopo poco tempo essendo stato incaricato dal Ministero di una missione all'estero.

Yoshio Sugino aveva cominciato il suo percorso nelle arti marziali dal judo, arrivando in breve tempo ad essere uno degli allievi migliori del fondatore, il maestro Jigoro Kano. Fu per questo che venne inviato a studiare altre arti per completare la sua formazione. Fu allievo del maestro Ueshiba Morihei da cui apprese l'aikido, che praticò per tutta la vita assieme allo stile di spada Katori Shinto ryu. Arrivò ai massimi livelli in entrambe le arti, e scomparve a 94 anni nel 1998. Il suo insegnamento viene continuato dal figlio Yukihiro Sugino e dal maesto Goro Hatakeyama, che spesso sono presenti anche in Italia.

Nell'opera si raggiunse, non senza grandi sforzi dall'una e dall'altra parte - Kurosawa e Sugino - un ottimo compromesso tra le esigenze di spettacolarità e quelle di aderenza alla realtà. Fino ad allora le scene di combattimento erano simboliche e non cercavano effetti realistici, ma Kurosawa avendo ricevuto critiche favorevoli per il combattimento anticonvenzionale e brutalmente realistico del bandito Tayomaru in Rashomon,, ed essendo oltretutto di discendenza samurai ed avendo praticato il kendo con intensità e passione, iniziando da bambino nel dojo di Ochiai Magosaburo, ogni mattina prima dell'alba prima di recarsi a scuola, aveva chiesto al maestro Sugino una vera e propria consulenza in materia di cultura samurai. Che iniziava come vedremo già molto prima di arrivare al combattimento.

Tutti gli artisti erano rimasti profondamente impressionati dal portamento di Sugino, e Kurosawa aveva ordinato loro di osservarlo attentamente in ogni suo atteggiamento e di emularne il modo di camminare, di guardarsi intorno, di porsi in seiza. Sotto l'influenza di Sugino l'atmosfera stessa all'interno della troupe cambiò drasticamente, al punto che Seiji Miyaguchi, che voleva rinunciare ad impersonare l'infallibile Kyuzo essendo totalmente estraneo al mondo delle arti marziali, non solo accettò ma divenne perfettamente credibile nel ruolo.

Chi invece dimostrò fin dall'inizio grandi attitudini fu Toshiro Mifune, che continuò a praticare kendo in tutto il corso della sua vita. Disse di lui lo stesso Sugino: "Era fisicamente potente. Manteneva basse e ben piantate le sue anche, e aveva una grande stabilità". La collaborazione tra il maestro ed il mondo artistico continuò anche dopo, Sugino istruì Mifune anche nella triade dedicata da Hiroshi Inagaki a Miyamoto Musashi e - tra le opere di Kurosawa - in La fortezza nascosta e Yojimbo. In realtà anzi in quasi tutte le foto di backstage in cui appare Sugino la didascalia fa riferimento a I sette samurai, mentre è evidente dall'ambientazione e dai costumi di scena di Mifune che si tratta di Yojimbo.


Non è possibile sapere fino a che punto la consulenza di Sugino abbia influenzato la trama dell'opera, ma è lecito supporre che almeno due episodi siano debitori dei suoi consigli. Il duello tra Kyuzo ed il samurai sconosciuto ripropone un episodio storico, per la verità non ricostruibile con esattezza, di cui fu protagonista il mitico maestro di spada Yagyu Jubei Mitsutoshi (1607-1650), della scuola Yagyu ryu. Negli scontri amichevoli  si usavano all'epoca le spade di legno utilizzate per l'allenamento quotidiano (bokuto o bokken) e non si indossavano protezioni quindi i colpi dovevano giungere a contatto ma essere arrestati senza portare lesioni. Di conseguenza erano frequenti sia gli incidenti - anche mortali - che le contestazioni. Vennero poi introdotti gradualmente l'uso dello shinai, spada dritta costruita con alcune lamine di bambu legate tra di loro, che consentiva di portare il colpo in sicurezza ma senza rischio di lesionare l'avversario, e di protezioni per i bersagli più esposti: il capo, la gola, il tronco e gli avambracci che divennero poi quelli ammessi nel kendo moderno.

Ovviamente in viaggio si porta con se solo lo stretto indispensabile ed in mancanza di bokken i due contendenti ricavano delle spade di fortuna tagliando dei bambu. Lo sfidante assume un atteggiamento aggressivo in guardia alta jodan mentre Kyuzo si porta in guardia waki gamae, posizione neutra in cui è possibile sia avanzare che retrocedere e la spada, in posizione arretrata, è nascosta all'avversario.

Innervosito lo sfidante attacca per rompere gli indugi, ma Kyuzo arretra con perfetto sincronismo e il suo bokken di fortuna tocca l'avversario un attimo prima che questo tocchi a sua volta.

Lo sfidante dichiara il pari, ma Kyuzo è fermo ed irremovibile nella sua opinione: la vittoria è sua, in un duello reale l'avversario sarebbe stato falciato prima di poter vibrare il suo colpo. Inevitabile la risposta dell'orgoglioso samurai: proviamo allora sul serio.

 

La ripetizione ricalca gli schemi del primo assalto: lo sfidante avanza con un grido, la spada levata sopra la testa, e l'abbatte sull'avversario apparentemente senza difesa. Ma questo si sottrae al colpo con un passo indietro, ed è la sua lama a togliere la vita all'altro. Kurosawa con un artificio scenico che ama molto, dopo aver esasperato la tensione ed il ritmo dell'azione, passato il momento cruciale, mostra al rallentatore la caduta della vittima. Probabilmente un espediente più realistico di quello che sembri: nei momenti di massima attenzione, come quella che debbono avere gli spettatori di un duello mortale, i sensi aumentano al massimo la loro sensibilità ed i tempi sembrano dilatarsi, gli attimi diventano interminabili.


Il secondo episodio è stato attribuito, con numerose varianti, a vari personaggi ed è probabile che non giunga nuovo alle orecchie di molti lettori.

Un grande maestro di spada, giunto il momento di mettere alla prova i suoi tre figli per scegliere tra di loro il suo successore, li fa chiamare uno ad uno. In bilico sopra la porta ha fatto mettere un pesante vaso, che cadrà immediatamente sopra la testa di chi entra senza stare attento. Il primo figlio entra: il vaso cade, ma lui fulmineo si scansa appena in tempo per non essere colpito, e il vaso si schianta sul pavimento. Il padre scuore la testa: troppo immaturo.

Fa chiamare il secondo: si ferma un attimo prima di entrare, sentendo che c'è qualcosa che non va, e non entra. Già va molto meglio ma nemmeno questo va del tutto bene. Nel film è il samurai Gorobei, che sarà il primo arruolato nell'estemporanea piccola armata, ad affrontare per secondo la prova dopo che il primo candidato aveva schivato il colpo di Katsushiro, che armato di un nodoso bastone faceva la parte del vaso in bilico, mettendo contemporaneamente alla prova i samurai e la sua tecnica acerba.

Gorobei invece si accorge dall'ombra di Katsushiro che c'è qualcuno in agguato e non entra. E qui la proverbiale cura per i particolari di Kurosawa mostra una simpatica piccola falla che ce lo umanizza: è chiaro dalle immagini che l'ombra di Katsushiro non può essere visibile dall'esterno: Gorobei ha il sole alle spalle. Nella storia originale il terzo figlio si accorge in tempo del vaso in bilico, che afferra saldamente e posa al suolo senza versarne una goccia, poi entra con calma. Sarà lui il nuovo soke del suo ryu.

Qui Kurosawa sovverte la logica della storia ed introduce una di quelle parentesi umoristiche che tanto spesso spezzano i momenti di eccessiva tensione delle sue opere.

Il terzo candidato è il redivivo Kikuchiyo, ubriaco fradicio, che dopo essersi presa una solennissima bastonata sulla crapa rivendica la sua appartenza alla classe samurai (peccato che dal documento che lo dimostrerebbe lui risulti avere 13 anni) e chiede di unirsi al gruppo.

Nella foto da sinistra: l'infallibile ed impassibile Kyuzo (Seiji Miyaguchi), il lanciere Shichiroji (Daisuke Kato), il cordiale Heihachi (Minoru Chiaki), il saggio Gorobei (Yoshio Inaba), il carismatico Kanbei (Takashi Shimura) e lo stralunato Kikuchiyo (Toshiro Mifune). Completa il gruppo come ormai sappiamo il giovane ingenuo Katsushiro (Isao Kimura).


E' stato detto che  Kurosawa introduce per la prima volta in questa opera un tema che verrà poi ripreso a tutte le latitudini: quello del reclutamento di un gruppo di sbandati che compirà imprese che nessuno da loro si aspettava; ma non ci sembra giusto paragonare gli elementi umani messi a fuoco da Kurosawa con altri, proposti successivamente soprattutto dal cinema americano: personaggi tendenzialmente negativi, a volte al limite della paranoia, e che proprio per questo riescono nella missione.

I sette samurai che vediamo partire spensieratamente alla volta del villaggio, quasi come per una scampagnata, sono uomini che hanno in comune l'essere stati trascinati qua e là dalle onde della guerra senza poter dare un senso alla loro vita.

Ma hanno tutti conservato la loro dignità o la stanno cercando - sia pure talvolta senza lucidità e coerenza come ben dimostra Kikuchiyo - e non hanno perduto la fiducia nel genere umano, né, anche se non amano ostentarlo, in se stessi.

Non per questo il loro compito sarà facile, non per questo verrà compreso, apprezzato. Arrivati finalmente al villaggio la prima sorpresa che hanno è quella di scoprire che le strade sono deserte, gli abitanti si sono rinchiusi nelle loro case e nessuno osa rispondere ai richiami.

Qualcuno ha addirittura tagliato i capelli alla propria figlia, obbligandola a vestirsi da uomo per sfuggire alle "attenzioni" dei nuovi venuti.

I salvatori, in quanto uomini d'arme, uomini senza paura, uomini "diversi", incutono timore e terrore come e quanto - forse più - dei briganti. Sarà Kikuchiyo, con la sua animalesca sensibilità e i suoi modi spicci e stravaganti ma non privi di logica o almeno di buon senso a ricucire lo strappo suonando l'allarme.

Di colpo ricondotti di fronte alla loro maggiore paura i paesani dimenticano quella minore - per quanto immediata - ed escono fuori rimettendosi  per la loro salvezza ai samurai.

Sorprendentemente (o forse no?) è Gisaku, il vecchio del villaggio (interpretato da Kokuten Kodo), il custode delle tradizioni delle memorie e del passato, quello che si dimostra di più larghe vedute, più "moderno", ed accetta immediatamente di collaborare con i samurai e di spingere i suoi recalcitranti compaesani a fare lo stesso.

 

E' un uomo piegato nel fisico dagli anni e dalle sofferenze, ma ancora indomabile nello spirito, che stabilisce una strana comunità di intenti e di pensieri con lo stravagante Kikuchiyo. Assecondandone la ferma volontà il villaggio inizia a collaborare con i suoi difensori.


Il momento topico di ogni battaglia si fa sempre attendere, forse mai arriverà, e certamente l'attesa è una parte che conta più che l'azione, nella vita di ogni essere umano. Ce lo insegnano tante altre opere dell'ingegno umano, e qui valga ricordare solamente Il deserto dei Tartari, di Valerio Zurlini, raro esempio di film pienamente rispettoso della forma e della sostanza di un libro, quello in cui Dino Buzzati ricostruiva nell'ambiente immaginario di una guerra di frontiera l'eterna attesa della vita, come da lui percepita negli anni del praticantato nella redazione del Corriere della Sera, negli anni 30. Il protagonista, il tenente Drogo, consuma la sua vita nella fortezza dove si attende dello scontro con gli attaccanti che verranno dal deserto, e morirà incompiuto alle soglie del conflitto che ha atteso per tutta la vita.

Anche i sette samurai dovranno consumare il loro tempo in una lunga attesa, al cui confronto sembreranno volare in un attimo le sequenze dedicate al combattimento vero e proprio contro i briganti.

Sembra rimanere il problema di come utilizzare Kikuchiyo, che appare più interessato alle donne del villaggio, ricomparse dal nulla quando la loro presenza è diventata necessaria per il raccolto, che ai suoi "compiti istituzionali".

Ma non sarà un'attesa inutile, né per lui né per gli altri: avranno modo di responsabilizzare i contadini, trasformarli in un esercito improvvisato ma consapevole del proprio ruolo e della propria dignità, dignità che i guerrieri dovranno loro riconoscere, quando meno se l'aspetterebbero.

 

 

 

Il raccolto è anche la preda che aspettavano gli uomini in agguato di fuori. Quando ormai samurai e paesani hanno avuto modo di costruire un inedito amalgama di capacità e debolezze, di coraggio e timore, che si dimostrerà sorprendentemente efficace e compatto, finalmente eccoli, arrivano: i briganti.

Al riparo delle barricate e delle trincee che hanno costruito durante l'attesa, ecco finalmente l'oggetto stesso dell'attesa, il nemico: in fin dei conti colui che ha reso necessaria la presa di coscienza e la crescita interiore dei guerrieri e dei contadini.

 

 

 

 

 

 

 

Inizia finalmente la contesa, i pensieri finalmente se ne vanno, non c'è più posto per loro e si pensa solamente al combattimento. Le barricate hanno lo scopo di incanalare gli attaccanti attraverso passaggi obbligati ove il pugno di samurai non venga soverchiato dal loro numero.

Allo stesso tempo i contadini, addestrati sommariamente all'uso di armi di fortuna, semplici canne di bambu appuntite per usarle come lance, possono agire in gruppo rincuorandosi ed appoggiandosi l'un l'altro, e ritrarsi velocemente al riparo quando si trovino in difficoltà, mentre sbarramenti mobili impacciano l'azione degli attaccanti.

 

 

 

 

 

Da un improvvisato quartier generale Kambei osserva, tiene una meticolosa contabilità delle perdite tra le sue truppe e tra quelle nemiche, manda i suoi ordini ed interviene di persona quando necessario.


Ogni battaglia chiede un pesante tributo, tanto più duro da sopportare quanto più importante è la perdita. Il gioviale Heihachi, che trascinava alla risata indifferentemente guerrieri e paesani con la sua incorregibile allegria, è la prima vittima dei fucili dei predoni, contro cui non è possibile alcuna difesa.

Guerrieri e contadini, accumulati dal dolore delle prime perdite, sentono serpeggiare dentro di loro il dubbio, la paura, il germe della sconfitta. Davanti a loro, nel piccolo cimitero del villaggio, la tomba di Heihachi sormontata dalla sua spada. Lo sconforto si diffonde.

Inaspettatamente  (o forse no?) è il più istintivo, il più selvaggio di loro, il rozzo Kikuchiyo, a mostrare la maggiore lucidità e sensibilità.

La sensibilità di un uomo forte che nel momento del dolore non sente affievolirsi il senso del dovere, ma anzi trova lo sprone per esaltarlo. Kikuchiyo dopo aver tentato invano di rincuorare gli animi, non trovando parole o gesti che potessero esprime i suoi sentimenti, ha preso la bandiera che proprio Heihachi aveva preparato, e l'ha innalzato sopra il tetto di una capanna.

 

 

 

E' un drappo rudimentale dipinto alla buona ma che racchiude in se il sublime concetto dell'unione tra esseri umani per il raggiungimento di un alto fine comune: sette simboli indicano i sette samurai, raccolti sotto la guida carismatica di Kanbei.

Un ultimo simbolo rappresenta il piccolo villaggio anonimo per cui sette uomini d' arme hanno messo in gioco la loro vita, in cambio di un pugno di riso.

Il drappo scosso dal vento scuote le coscienze degli uomini e delle donne, che rimangono a lungo a fissarlo, affascinati: tornano a rendersi conto che il modo migliore - anzi l'unico - di rendere onore ai caduti è di portare fino in fondo la missione per cui essi hanno perduto la vita.

 

 

 

 

L'indomani ci sarà un'altra battaglia: ma il villaggio è pronto a combatterla.


Nella migliore tradizione delle opere di Kurosawa, anche gli elementi partecipano alle lotte degli umani: la battaglia finale si svolge sotto un vero e proprio diluvio. Le piogge continue avevano in realtà dilatato enormemente i tempi ed i costi del film, costringendo all'inazione l'intera troupe per periodi lunghissimi.

Ma Kurosawa decise - forse deliberatamente - di utilizzare per i propri scopi il maggiore ostacolo che aveva incontrato durante le riprese. Visti i risultati non possiamo dargli torto: convenzionalmente si sarebbero attese delle giornate di bel tempo per girare questa sequenza fondamentale.

La presenza della pioggia battente trasferisce l'episodio in una dimensione tragicamente fantastica, onirica, e rende conto della casualità delle vicende umane, molto spesso alle prese con forze a loro superiori e i cui fini loro sfuggono.

L'unica possibilità che si offre all'essere umano è di adeguarvisi acriticamente, di entrare in armonia con quanto non può controllare, prevedere, decidere.

La battaglia ha i toni di una sanguinosa tonnara: i banditi vengo lasciati entrare tutti nel villaggio, le cui uscite vengono poi sbarrate, per liquidare la questione un volta per tutte dando la caccia ai predoni come si cacciano degli animali feroci.

 

 

 

 

 

Il solo Kanbei sembra mantenere la calma, e sotto la pioggia battente saetta le sue frecce contro la masnada.


E infine è finita: solo tre dei sette samurai sono sopravvissuti alla carneficina: i loro compagni sono tutti caduti vittime dei fucili. Kanbei e Shichiroji sono allo stesso tempo increduli e fatalisticamente rassegnati al loro destino, che è quello del superstite preservato solo per poter perdere in futuro una nuova battaglia.

Il giovane Katsushiro, uscito dal suo battesimo del sangue, ha una reazione imprevedibile eppure frequente: non si rassegna alla fine della battaglia. Vorrebbe ancora altri predoni come bersaglio, per esorcizzare le sue paure, la sua smania di vendetta, per sfogare la tensione dell'interminabile attesa.

 

 

 

 

 

I samurai stanno ormai per congedarsi dal villaggio: è arrivato il tempo della semina del nuovo raccolto e tutti gli abitanti partecipano allegramente, a tempo di musica, all'opera.

Kanbei osserva da lontano, riflette e sente il bisogno di confidare a Shichiroji quanto ha concluso. Contrariamente alle apparenze, anche questa volta hanno perso la loro battaglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I veri vincitori sono loro, i contadini, questi strani esseri umani che hanno paura quando c'è il sole ed hanno paura quando c'è la pioggia

Eppure, inspiegabilmente, mostrano più costanza e più applicazione nelle loro piccole cose di tutti i giorni, di quanta ne metta il più valoroso dei samurai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Termina anche l'impossibile amore tra Katsushiro e una giovane contadina: i loro mondi sono ugualmente belli ed affascinanti, ma non ancora comunicanti, se non in circostanze eccezionali, non ripetibili e purtroppo non desiderabili per il bene comune.

Si diranno addio con uno sguardo, senza nulla dire, accanto al cimitero su cui svettano le tombe dei quattro valorosi samurai che hanno dato la loro vita per il villaggio, in cambio di pochi pugni di riso.