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A Mauro, cui non ho potuto dare la gioia di rivivere assieme questa epopea.

 

Hiroshi Inagaki: Miyamoto Musashi
1954-56
Toshiro Mifune, Rentaro Mikuni, Kaoru Yachigusa, Koji Tsuruta

Hiroshi Inagaki (1905-1980), per quanto non abbia raggiunto in occidente la notorietà di Akira Kurosawa, ha avuto un percorso artistico simile.

 

Talento precoce, diresse la sua prima opera a 22 anni ancora all'epoca del cinema muto ed ha influenzato sia Kurosawa che Mizoguchi, giunti a maturità dopo di lui. Riscosse allori negli anni 50, prima proprio con Musashi che venne premiato con l'Oscar e poi con L'uomo del ricsciò che vinse il Leone d'oro a Venezia. Dopo, una prematura eclissi.

Il seguito della carriera di Inagaki fu infatti controverso, non tanto o perlomeno non solamente per il mancato apprezzamento delle opere successive da parte del pubblico ma soprattutto per l'ostracismo nei suoi confronti.  Veniva considerato portabandiera di un modo di fare cinema definitivamente sorpassato, troppo dispendioso e non più ricercato dal pubblico, i cui gusti erano mutati. Il forzato silenzio dei suoi ultimi anni è dovuto alla mancanza di commesse da parte degli studi di produzione.

Nel 1954 tuttavia la trilogia Samurai, che portava sullo schermo il romanzo Musashi di Eiji Yoshikawa che aveva affascinato milioni di lettori nell'anteguerra, ebbe vasta risonanza.

Fu l'archetipo cui poi fecero riferimento - e lo fanno ancora - le numerose altre versioni cinematografiche della avventurosa vita del grande guerriero solitario Miyamoto Musashi.

Come detto stiamo trattando di una trilogia, uscita nelle sale nel corso di tre anni, dal 1954 al 1956. Non viene ripreso tuttavia tutto quanto contenuto nel lungo romanzo di Yoshikawa (la versione italiana, che pure sfiora le 1000 pagine, è ridotta).:

La prima parte tratta del tormentato percorso di crescita di Takezo (il nome che ebbe alla nascita Musashi), incapace di controllare la sua prorompente energia e di indirizzarla verso un percorso di vita preciso.

Takezo (Toshiro Mifune) lo troviamo sull'alto di un albero, assieme all'amico inseparabile Matahachi (Rentaro Mikuni) intento ad ammirare il passaggio dei soldati che si recano al fronte, ove combatteranno la grande battaglia di Sekigahara. Ci troviamo dunque nell'autunno del 1600. I due decidono immediatamente di unirsi alle truppe. Matahachi promette alla sua promessa sposa, Otsu, di tornare da lei carico di gloria.

Mancano informazioni sicure, ma sembra che effettivamente Musashi, che aveva all'epoca probabilmente 17 anni, abbia combattuto a Sekigahara nell'armata dell'Ovest, destinata ad essere sconfitta da Tokugawa Yeyasu: il futuro shogun, dominatore del Giappone e capostipite di una dinastia che governò per 265 anni, dando il suo nome a questa lunga epoca di pace, prosperità e crescita culturale.

Certamente la realtà della battaglia è molto diversa da quanto immaginato da Takezo e Matahachi vedendo sfilare in file interminabili gli orgogliosi guerrieri dei tanti feudi che parteciparono al sanguinoso scontro.

Dobbiamo osservare per l'ennesima volta come lo straordinario talento di Mifune lo rende credibile in ogni personaggio, specialmente quelli un po' fuori dalle righe, con una vena di follia come il giovane, ingenuo, entusiasta ed irruento Takezo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mifune ha passato da molto la trentina quando impersona Takezo, ha oltrepassato anche l'età in cui Musashi, vinto il suo ultimo duello, si ritirò dai combattimenti, ed onestamente questo si nota.

Eppure impersona perfettamente il personaggio di un giovane impetuoso e tendenzialmente ottimista, che vede in una tragica guerra solo l'occasione per poter realizzare i suoi sogni divenendo samurai.

La sceneggiatura in questo ritratto di Takezo pecca un po' di verosimiglianza: per quanto le notizie sulla sua vita siano frammentatie e contraddittorie sappiamo dalla sua autobiografia che non solo era già per nascita di  lignaggio samurai ma che combattè vittoriosamente il suo primo duello ancora adolescente, all'età di 13 anni, contro Arima Kihei della prestigiosa scuola Shintô ryu.

 

 

Le illusioni di Takezo e Matahachi svaniranno nel fango di Sekigahara, dove hanno solo scavato trincee sotto una pioggia incessante, per poi essere travolti dalla fuga dell'armata dell'Ovest in rotta, senza aver nemmeno compreso quello che succedeva intorno a loro.

Takezo in un impeto di inutile ribellione ha rifiutato di unirsi alla fuga ed ha combattuto disperatamente.

La fine della battaglia trova ancora miracolosamente vivi sia lui che Matahachi, ferito.

Sono oramai dei perdenti, degli sconfitti, condannati a darsi alla macchia per non essere passati per le armi dai vincitori.

 


La fuga affannosa per sfuggire alle ricerche del nemico porta Takezo e Matahachi fino ad una capanna completamente isolata ove vivono due donne, Oko e la giovanissima figlia Akemi.

I due vengono ospitati per riprendersi dalla spossatezza e dalle fatiche ma ben presto entrambe le donne si sentono fortemente attratte dalla personalità di Takezo, rude e selvaggio ma dotato di un magnetismo e di una energia vitale che traspaiono in ogni sua azione,

Invano, Takezo rifiuterà entrambe: per ragioni probabilmente oscure anche per lui pur subendo l'attrazione del fascino femminile sente che non deve cedervi.

Di fronte ad altre passioni ed altri impeti è invece impotente, come se fosse completamente estraneo ai suoi gesti, come se la sua volontà non gli appartenesse.

 

 

Un gruppo di briganti invade durante la notte la capanna reclamando la sua parte di bottino: le due vivono infatti rivendendo le preziose armi di cui depredano i caduti della guerra.

Takezo armato del solo bokken trovato nella capanna, la spada di legno con cui i samurai usano allenarsi, semina la morte tra di loro e li mette in fuga. Ma si allontanerà poi scomparendo tra i campi, sentendo di dover fuggire per resistere alla tentazione di cedere ad Oko o ad Akemi.

L'attrazione per lui provata da Oko si tramuta in odio: mentirà a Matahachi, riferendo di aver resistito ad un tentativo di violenza da parte di Takezo, che è fuggito per la vergogna.

Poi irretirà ben presto Matahachi, e partirà con lui e con la figlia verso Kyoto, ove metterà a frutto il denaro ricavato dai suoi furti sacrileghi.

 

 

Takezo sta cercando di tornare al villaggio dove è nato e da dove era partito per la sua sfortunata avventura: Musashi. Ma le leggi sono cambiate, non è possibile viaggiare se non muniti di documenti di identià, e sono stati istituiti numerosi posti di blocco.

Folle di rabbia Takezo forzerà il blocco, abbattendo guardie come prima aveva abbattuto banditi.

Là dove pensava di ritrovare la pace si trova invece bandito dalle autorità e braccato come un animale selvaggio, sia dalle autorità che dai suoi compaesani, che temono rappresaglie o credono ingenuamente a tutto quanto di male venga detto su di lui.

La sua più acerrima nemica è infatti d'ora in poi l'anziana madre di Matahachi, Osugi, che lo ritiene responsabile della scomparsa del figlio, forse addirittura ucciso da Takezo.

 

Due sole persone hanno ancora fiducia in lui.

Otsu (Kaoru Yachigusa), la ragazza abbandonata da Matahachi, ma ancora ignara del suo tradimento; è orfana, ed è cresciuta in un monastero.

Ha per questo dimestichezza con uno stravagante monaco, Takuan (Kuroemon Omoe) , che a dispetto dell'apparenza dimessa e dei modi bizzarri è un uomo influente e stimato dalle autorità-

Certamente molti dei lettori sanno chi era Takuan Soho, una delle massime menti del pensiero buddista di ogni tempo.

Non ci sono comunque documenti che provino una frequentazione fra Miyamoto Musashi e Takuan, è anzi probabile che i due personaggi non si siano mai incontrati in vita loro e che le loro vicende si intreccino qui solamente grazie alla fantasia di Eiji Yoshikawa.

 

Takezo, che si è rifugiato nei boschi, è braccato da centinaia di uomini, come una belva feroce.

Silenziosamente Takuan ed Otsu salgono gli stessi pendi, oltrepassando le linee di paesani e soldati  che battono ogni cespuglio alla ricerca della loro preda.

Takuan, scesa la notte, si limita a cucinare qualcosa di appetitoso (sappiamo che si dilettava di cucina, una preparazione di ravanelli porta ancora il suo nome) e a chiedere a Otsu di suonare il flauto.

Attirato dal desiderio primordiale del cibo, e da quello più sottile di quell'armonia che a lui sfugge rappresentata dalla musica, Takezo, si farà avanti, e si arrenderà a Takuan.

 

 

 

 

Verrà appeso allo stesso albero da cui aveva ammirato la sfilata dei soldati diretti alla guerra.

Takuan sa di non dover avere pietà, e lo lascia là per fiaccare la sua resistenza.

Takezo deve essere lasciato solo con se stesso, e rendersi conto che questo non lo aiuta anzi gli toglie ogni forza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I piani di Takuan saranno imprevedibilmente cambiati: Otsu, mossa a pietà verso un uomo da tutti deriso e ferito, che lei sente diverso da come appare, lo libera durante la notte, fuggendo con lui.

Lo sforzo per calarlo dall'albero senza farlo precipitare è stato terribile, la ragazza ha entrambe le mani lacerate dalla corda e sanguinanti.

Takezo è colpito dal sacrificio di Otsu. Anche questo controbuisce a fargli comprendere che sta percorrendo una via non solo sbagliata ma anche a lui non congeniale.

Come è ricominciata la fuga è ricominciata anche la caccia: Takezo deve abbandonare Otsu per salvare se stesso.

 

 

 

 

Otsu verrà portata via da Takuan, il villaggio non è più un posto adatto per lei.

Troverà ospitalità nel casello di Himeji, nel sud del Giappone. Edificato proprio in quell'epoca e terminato nel 1615, quindi non poteva ancora avere nel momento dell'azione l'aspetto che vediamo ora, è considerato uno dei maggiori castelli della nazione.

Era in quell'epoca sotto il dominio degli Ikeda, al cui servizio si trovava Takuan.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' sufficiente attendere, ed a Takuan come ad ogni monaco non manca la pazienza, perché Takezo arrivi a Himeji, in cerca di Otsu.

Takuan, onnipresente deus ex machina) lo dissuade dallo scalare inutilmente i bastioni: venga pure con lui, lo condurrà da Otsu

Dopo un interminabile percorso, per fossati, androni, corridoi, senza mai incontrare alcuno, Takuan rende noto che sono arrivati. Otsu è là, basta salire le scale.

Pur diffidente, Takezo sale.

In quella stanza, assolutamente vuota salvo per cataste di libri ove sono racchiuse tutte le opere che un samurai deve conoscere, Takezo rimarrà - in trappola - fino a quando Takuan non constaterà di trovarsi di fronte ad un uomo diverso.

 

 

 

E' passato del tempo. Sappiamo dalle conversazioni di alcuni personaggi che sono scorsi ormai 5 anni dalla battaglia di Sekigahara.

Takezo è ora un samurai pronto a svolgere la sua missione. Per il suo nuovo nome viene scelto Miyamoto, come il suo villaggio di origine: Miyamoto Musashi (Musashi è una lettura alternativa degli stessi ideogrammi 武蔵 del suo primo nome Takezo).

Sente tuttavia di non essere ancora pronto, di non poter accettare l'offerta di entrare al servizio dei Takeda. Per altri forse può bastare, lui sente di essere chiamato a dare qualcosa di più.

La sua formazione non è ancora terminata, deve partire e cercare altrove.

Prende congedo da Takuan.

 

 

 

 

Un altro congedo, che Takuan gli ha sconsigliato, è però per lui necessario.

Prima di partire vuole rivedere Otsu.

Lei è pronta a lasciare tutto per seguirlo, senza perdere un attimo: Solo il tempo di prendere congedo dal suo posto di lavoro vicino al ponte dove si sono incontrati.

Musashi, che sembrava dopo lunga riluttanza essersi convinto a portarla con se, si allontana mentre lei va a prendere le sue cose.

Lascerà solo una scritta graffita in fretta sulla spalletta del ponte: "Perdonami". Nel suo futuro ci sarà ancora Otsu, ma ora deve lasciarla.

Termina qui la prima opera della trilogia Musashi.


Per comprendere il cammino percorso da Musashi dobbiamo prima ricorrrere ad una sorta di bilancio: si pensa che abbia sostenuto dai 14 ai 32 anni almeno 64 duelli, tutti vittoriosi, senza mai utilizzare la spada ma solamente il bokken da allenamento, tuttavia causando sovente la morte dell'avversario.

Nel suo testamento spirituale,il Libro dei cinque anelli, lui stesso traccia le linee di un bilancio meno materiale:

"Per la prima volta voglio rendere testimonianza scritta della mia esperienza nella Via durante molti anni e di quel sentiero di Heiho a cui ho dato il nome di Niten Ichi ryu... Sono Shinmen no Musashi no kami Fujiwara no genshin, nato come bushi nella provincia di Arima, giunto all'età di sessanta anni ... Allo scadere dei trenta anni ho riflettuto sulla mia vita passata e ne ho concluso  che le mie vittorie non erano dovute alla piena padronanza dei principi dell'arte."

 

Forse il caso, forse qualche altro fattore che nemmeno lui riesce a comprendere hanno determinato le sue vittorie. Emerge inequivocabilmente che il percorso di Musashi non gli ha dato risposte, ma lo ha in seguito indirizzato, dopo il confronto con altri guerrieri, verso la conoscenza di se stesso, verso la vittoria su se stesso, al termine di un lungo viaggio all'interno di se stesso. 

Questo in nulla scalfisce la imprescindibilità del suo viaggio di formazione.

 

Ricostruita da Yoshikawa ispirandosi ai romanzi occidentali dell'800, la narrazione delle vicende di Musashi è lunghissima, ricca di personaggi che si rincorrono, si perdono e si ritrovano in continuazione, ognuno impegnato nel suo viaggio materiale quanto in quello interiore, diretto verso la propria realizzazione o la propria perdizione.

 

E' inevitabile suddividerla in episodi, come quasi tutti i registi che vi si sono cimentati hanno fatto, ed inevitabile che vi siano rinunce, sia eliminando qualcosa dalla trama sia sopprimendo alcuni personaggi, e anche noi dovremo rinunciare a qualcosa.

 

Tra i sopravvissuti il trovatello Jotaro, che seguirà Musashi come un cagnolino divenendo suo discepolo e depositario della sua scuola.

 

 

 

Nella seconda parte della trilogia Inagaki focalizza due episodi della vita di Musashi: il duello con Shishido Baiken, e la lunga strenua lotta contro la scuola di spada Yoshioka in Kyoto, ma anche qui con alcune deliberate lacune.

 

Baiken è considerato da alcuni un guerriero, da altri un semplice brigante. Combatte con il kusari gama, una lunga catena cui sono vincolati da una parte una palla di ferro e dall'altra un falcetto. Facendo vorticosamente ruotare la palla Baiken tiene a distanza l'avversario, avvinghiandolo poi, se possibile rendendogli impossibile l'uso dell'arma, per poi tirarlo verso di se e finirlo con la falce.

 

Da questo duello, secondo alcuni, Musashi trasse l'ispirazione per l'utilizzo contemporaneo delle due spade del samurai. Ancora oggi il niten ichi ryu, la scuola fondata da Musashi, si distingue per questa modalità di pratica. Nel duello Musashi lascia che Baiken gli strappi la katana per colpirlo con il wakizashi.

Ritroveremo Musashi a Kyoto, ed assieme a lui ritroveremo come per un tacito convegno tutti i personaggi che ruotano intorno a lui, deus ex machina di complesse vicende.

Otsu lo sta ancora cercando, aggirandosi per i ponti, luogo di passaggio obbligato per chiunque vada o venga. L'anziana madre di Matahachi, Osugi, lo cerca ma per vendicarsi della sparizione e forse morte del figlio. Oko ed Akemi frequentano il maestro d'armi Seijiro Yoshioka (Akihiko Hirata). Akemi le è destinata, per impinguare le borse della madre: ma lei sogna ancora Musashi.

Matahachi, alcolizzato,  è ridotto ormai a fare la parte del mantenuto delle due donne (è interpretato ora da Sachio Sakai: Rentaro Mikuni era probabilmente impegnato nelle riprese di L'arpa birmana)

 

 

Mentre Seijiro passa il suo tempo oziosamente, il dojo degli Yoshioka è in subbuglio: uno sconosciuto samurai ha chiesto di essere ammesso a mettere alla prova la bontà della scuola, ma sta abbattendo uno dopo l'altro tutti quelli che gli fanno innanzi e i suoi colpi, anche col bokken di legno possono essere mortali: è Miyamoto Musashi.

Dovrà essere lui a fermare l'inutile sacrificio dei discepoli Yoshioka.

E' inutile continuare, chiede formalmente di incontrare per un duello decisivo il caposcuola. Nel frattempo attenderà nel dojo.

 

 

 

 

 

 

Non c'è molta fiducia nelle capacità di Seijiro di tenergli testa: gli adepti decidono di prendere tempo, tentando nel frattempo di eliminare proditoriamente Musashi e salvare così dalla vergogna della sconfitta il buon nome della scuola.

Quando faranno irruzione nella stanza dove si era ritirato Musashi non vi troveranno però nessuno: il samurai solitario aveva compresoo quello che si stava tramando, e si è allontanato silenziosamente.

Pochi giorni dopo arriva la sua lettera ufficiale di sfida. Si riterrà libero di rivelare pubblicamente la pusillanimità degli Yoshioka se la sua sfida non verrà accettata.

Ora più che mai sembra imperativo ucciderlo a tradimento.

 

 

Musashi metterà a frutto il tempo di attesa. Vedendo la strana insegna di un togishi (politore di lame) entra nel suo laboratorio: "Qui si puliscono le anime dei samurai". Chiede di pulire la sua lama, ma quando il togishi gli chiede in che modo risponde banalmente "che tagli bene". L'artigiano gli restituisce la lama e rifiuta il lavoro. Musashi deve ancora comprendere la missione del samurai.

Dopo uno dei souoi troppo frequenti scatti d'ira si allontana; ma torna per scusarsi e pregare umilmente di pulire il togishi la sua anima. L'artigiano non ritenendosi all'altezza della spada di Musashi lo invia dal suo maestro: Koetsu Honami. E' un altro personaggio storico, appartenente alla dinastia di politori che venne poi incaricata per secoli dallo shogunato Tokugawa di periziare le lame di maggior pregio e certificarne il valore.

Anche qui non abbiamo alcuna indicazione che i due personaggi abbiano avuto veramente modo di incontrarsi e frequentarsi.E' possibile se non probabile che Yoshikawa nel suo romanzo abbia assecondato il gusto giapponese per gli incontri impossibili, frequentissimi nei racconti dei cantastorie e che non di rado traggono in inganno molti studiosi occidentali.

Koetsu mostra al nuovo amico la lama che ha appena terminato di polire. E' un tachi dalle dimensioni eccezionali, tanto che il suo proprietario lo chiama palo stendipanni. E' un giovane samurai dall'aspetto strano, talmente raffinato da sembrare un attore. Ma se quella è la sua spada deve essere un temibile guerriero.

E' un perfetto sconosciuto per Musashi, ma diverrà l'avversario più grande sul suo percorso, quello che gli permetterà di dargli un senso. SI chiama Sasaki Kojiro.

 

 

 

 

 

 

 

 

La frequentazione di Koetsu permetterà a Musashi di superare molti dei suoi limiti: imparerà ad apprezzare le arti, lo vedremo cimentarsi nella calligrafia, e soprattutto incontrerà Yoshino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Musashi non è  rimasto insensibile al suo fascino ma vorrebbe rifiutare di ammetterlo, anche e soprattutto a se stesso.

Tuttavia la raffinata geisha ospiterà Musashi nella sua casa da the nel quartiere del piacere, ove nessuno sarà in grado di trovarlo.

Ma soprattutto sarà lei, con incomparabile sensibilità ed altrettanto garbo, a mettere Musashi di fronte alle sue paure, a costringerlo a superarle.

Se Musashi non accetta di bere sake perché non ne risenta la sua integrità di guerriero, è una esplicita ammissione: teme il sake, non è in grado di affrontarlo, rifiuta perfino di conoscerlo.

E quanto detto a proposito del sake vale anche, anzi sicuramente a maggior ragione, a proposito dell'amore.

Sarà ancora Yoshino, accomodante ed aggraziata nei modi quanto integerrima nel rispetto dei suoi principi morali ad allontanare Musashi, straziata nel cuore, quando capirà che trattenerlo ancora presso di se lo allontanerebbe dalla sua via, o quantomeno lo renderebbe più vulnerabile.

 


Quella di Musashi contro gli Yoshioka fu una vera e propria guerra, secondo alcuni il seguito di quella combattuta già nella generazione precedente da Munisai, il padre di Musashi, e quindi l'ennesimo episodio di una lunga e feroce faida.

Il secondogenito degli Yoshioka, Denshichiro, decide di rompere gli indugi ed affrontare lo sfidante, condividendo le perplessità sulle capacità di Seijuro. Verrà sconfitto ed ucciso, ed infine la sfida con il caposcuola accettata.

Inagaki sceglie nella sua opera di condensare l'azione: la tesi più comunemente accreditata riferisce però di tre scontri: sconfitti prima Seijiuro e poi Denshichiro, affrontato di notte presso il celebre tempio di Sanjūsangen-dō, venne nominato capo nominale della scuola Yoshioka Matashichiro, allora dodicenne. Nell'ultimo scontro, non lontano dall'altro tempio di Ichijoji, gli Yoshioka si presentarono in forze, decisi ad uccidere Musashi forti del numero. 

Il guerriero però non seguì la strada maestra ma scivolò non visto in mezzo alla foresta, riuscendo di sorpresa ad uccidere Matashichiro che era il suo sfidante ufficiale e che quindi non poteva esimersi dall'affrontare. Approfittando della confusione e della difficoltà di spostamento nei campi di riso allagati Musashi riuscì a sottrarsi incolume ai suoi avversari. Nel film non appare il personaggio di Matashichiro, ed è Seijuro l'ultimo sfidante.

In attesa di questultimo scontro, i vari personaggi che come abbiamo detto sembrano riuniti a Kyoto solo per caso ma in realtà sono indissolubilmente legati dal destino a Musashi, continuano le loro peripezie.

Otsu ed Akemi, incontratesi nei campi, ribadiscono le loro rispettive pretese su Musashi.

Nessuna delle due ha intenzione di rinunciare all'uomo che la riscatterà da una vita infelice.

 

 

 

 

 

 

 

 

Al gruppo si è aggiunto l'altro guerriero Sasaki Kojiro (Kôji Tsuruta: attore completamento sconosciuto fuori dal Giappone, dove pure ha lavorato in 132 film); vigila per quanto può sulla correttezza formale del duello.

Ha interesse che Musashi non venga ucciso a tradimento, ha già deciso che quando entrambi saranno pronti dovrà essere lui il suo avversario per la vita e per la morte.

Presso di lui trova rifugio Akemi, di cui Seijuro ha infine abusato. Sasaki non l'oltraggerà ancora, ma solo perché lei visibilmente continua a pensare a Musashi, e non vuole esserne il sostituto.

 

 

 

 

 

Matahachi è stato rintracciato dalla madre, suo malgrado, e tenta di mascherare la sua pochezza caricando di ogni colpa la povera Otsu, in realtà da lui tradita ed abbandonata.

Oko dal canto suo non si duole più di tanto della "conversione" del marito: si è prontamente riaccasata col sovrintendente della casa Yoshioka ed è fuggita assieme a lui nottetempo con tutto il denaro su cui è riuscita a mettere le mani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Otsu è ospite del monaco Takuan, presso cui si trova anche Jotaro, il piccolo "allievo" di Musashi.

Ha deciso irrevocabilmente di farsi monaca, Takuan ha già in mano le forbici per la tonsura.

Ma l'annuncio che Musashi sta per combattere un duello mortale contro decine di avversari la fa desistere istantaneamente dal suo proposito: deve vederlo almeno un'ultima volta.

Come lei, anche tutti gli altri assisteranno più o meno da lontano, più o meno nascosti, al duello, che è stato annunciato da un cartello affisso sul ponte.

 

 

 

 

 

Sasaki nella sua veste di intermediario, intende fungere anche da testimone.

Ma la numerosa turba degli Yoshioka, che ha trattenuto a forza Seijuro per impedirgli di affrontare un avversario troppo a lui superiore, non vuole testimoni: è necessario che Musashi scompaia per sempre senza che nessuno sappia come sia stato ucciso.

Ufficialmente sarà caduto falciato dalla spada di Seijuro.

 


 

Tentando di rimanere estraneo alla tempesta di sentimenti scatenata intorno alla sua persona, Musashi si sta preparando al suo meglio per il combattimento.

Si è purificato con un bagno notturno attingendo all'acqua di un pozzo.

Si reca poi presso un tempio per ottenere la protezione degli dei. Ma la sua mano si arresta prima di tirare il cordone che dovrebbe attirare su di lui l'attenzione delle divinità: è giusto che segua la sua via senza ricorrere ad alcun supporto esterno, per quanto elevato possa essere.

 

 

 

 

 

 

 

La tattica di combattimento di Musashi cominciava ad avere i suoi effetti ben prima ancora che le lame uscissero dai loro foderi.

Era solito presentarsi in notevole ritardo, per destabilizzare gli avversari, o seguire percorsi alternativi ed arrivare sul posto inaspettato.

Questa volta il suo abituale modo di agire gli permette anche di sfuggire all'agguato: sbuca dalla foresta alle spalle del gruppo in agguato, si pensa che fossero circa 80 samurai alcuni dei quali armati anche di archi ed archibugi.

Sia la sorpresa che il suo selvaggio ma magistrale stile di combattimento gli permetteranno di attraversare senza ricevere colpi il gruppo disorientato dei suoi nemici, lasciandone non pochi sul terreno.

 

 

 

Una volta guadagnata la risaia, la situazione volge a vantaggio del combattente solitario: sugli stretti passaggi può passare un solo uomo alla volta, gli altri annaspano nella parte allagata senza riuscire ad avanzare.

E chiunque si faccia avanti viene abbattuto da Musashi, che lentamente si ritira per mettersi di nuovo al riparo nella foresta,.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Difficilmente gli avversari, demoralizzati ed intimoriti, avranno il coraggio di seguirlo.

Per chi ne avesse ancora l'intenzione, basterà guardare l'espressione di Musashi per rendersi conto che è consigliabile desistere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Imprevedibilmente, e quanto segue costituisce un'altra lecita licenza che Inagaki si concede rispetto al romanzo di Yoshikawa, ad attenderlo in una radura Musashi trova Seijuro che è finalmente riuscito a sottrarsi ai suoi guardiani che lo trattenevano a forza.

E' là per combattere, per riscattare il suo onore.

Estrae la spada e si mette in guardia.

Musashi non aveva mai nemmeno riposta nel fodero la sua, non ha che da continuare l'ininterrotto combattimento.

 

 

 

 

 

 

 

Seijuro non è assolutamente è in grado di affrontare tale avversario, ma non solo: quando viene disarmato e gettato al suolo viene colto dal panico, incapace di affrontare dignitosamente la morte.

Musashi, travolto dal furore del combattimento, sta per calare su di lui un fendente mortale.

E' in quel momento che si ricorda del misterioso monaco che incontrò dopo il duello con Shishido Baiken, che gli aveva rimproverato la sua troppa forza, che lo rendeva debole.

E si ricorda anche di Yoshino, che gli rimproverava la sua incapacità di amare.

E di Takuan, che sottolineava come quella forza, oltre che esuberante, fosse solo forza bruta.

La spada di Musashi si abbassa lentamente, senza colpire Seijuro.

E' inutile cercare la propria realizzazione uccidendo altri invece che lavorando su se stessi.

Musashi esausto dopo la cruenta lotta ha raggiungo il greto di un fiume, ove si disseta. Viene là aggiunto da Otsu, che lo ha a lungo cercato, e che lo aiuta a riprendersi dallo stato di prostrazione di cui è preda.

Però sarà proprio lei, che lo ha così disperatamente cercato, a respingerlo e a chiedergli di partire.

Si rende conto che si trova di fronte a un uomo il cui percorso di formazione non è ancora completo, e che non deve essere lei ad impedirgli di portarlo fino in fondo.

Anche lei, come Yoshino, ed anche lei con la morte nel cuore, deve mandarlo via.

 

 

 

 

 

 

Musashi riprende il suo cammino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da lontano Sasaki Kojiro lo osserva, augurandogli buona fortuna.

Vuole che Musashi cresca ancora, come anche lui cercherà di fare nel frattempo.

Il loro duello sarà possibile solo quando entrambi avranno raggiunto la loro meta.

Termina anche la seconda parte della trilogia di Musashi.

 


 

Non abbbiamo alcuna conferma di quella che è quindi destinata a rimanere una impressione, una ipotesi: al termine dei titoli di testa di Kettô Ganryûjima, la terza ed ultima parte della trilogia, appare come di consueto il nome del regista, Hiroshi Inagaki.
 
L'immagine sullo sfondo sembra essere la statua del dio guerriero Fudomyo scolpita da Miyamoto Musashi, o comunque a quella si ispira.
 
Musashi al termine del suo percorso di selvaggio ma invincibile guerriero divenne noto infatti anche per le sue grandi capacità artistiche come potete apprendere dalla sua biografia.

 

 

 

 

Kojiro sta continuando il suo addestramento. Accanto al bacino creato da una cascata si allena con il suo colpo preferito, il taglio a coda di rondine.

Inagaki accredita una delle ipotesi di giustificazione di questo nome, mostrandoci Kojiro che perfeziona la sua arte estraendo il lunghissimo tachi per tagliare al volo con un solo colpo delle rondini in volo.

Akemi non riesce a comprendere le ragioni della compiaciuta indifferenza del guerriero verso gli altri esseri viventi, così diversa da quella solo apparentemente simile di Musashi, che pur ricco di sentimenti ha deciso che non può dar loro ascolto.

E' giunto il momento di lasciarlo.

 

 

 

 

 

Musashi si è diretto invece a Nara, dove arriva mentre si sta svolgendo l'annuale torneo del tempio di Hozoin, sede di una rinomata scuola di lancia. Il torneo viene vinto a mani basse dal monaco Ogon ma Jotaro, che segue sempre fedelmente Musashi, non trattiene un commento ironico per la sua tracotanza.

Nonostante le scuse Musashi viene costretto a difendersi dall'assalto di Ogon, disarmandolo senza estrarre la  sua lama, e qui ritroviamo l'allora sconosciuto abate Nikkan, che aveva un tempo rimproverato Musashi per il suo eccesso di forza. Ritroviamo anche come interprete Kokuten Kôdô (1887-1960), un nome che a molti dirà poco. Fu nel 1954 uno dei protagonisti in I sette samurai: è il vecchio e saggio capovillaggio Gisaku.

Di quella indimenticabile squadra del resto incontriamo qui, oltre ovviamente Toshiro Mifune, anche Daisuke Kato (il lanciere Shichiroji, ora il sovrintendente degli Yoshioka) e più tardi Minoru Chiaki (Heihachi, ora il barcaiolo che porterà Musashi al suo ultimo duello) e naturalmente l'immancabile Takashi Shimura (Kanbei, ora il funzionario degli Hosokawa che organizzerà il duello).

Non dobbiamo meravigliarci di questo: tutte queste opere sono prodotte dalla Toho, che era praticamente l'unica casa specializzata in film di ambientazione jidai e per cui lavoravano questi artisti, e i ritmi di produzione erano impressionanti: nel periodo 1954-1956 Inagaki oltre a questa trilogia diresse altre tre opere.

Anche l'incontro tra Musashi e l'anziano Nikkan è verosimilmente frutto di fantasia, se identifichiamo il monaco come quel Nikkan giustiziato nel 1668 (quindi circa sessanta anni dopo) per attività sediziosa contro lo shogunato.

Nikkan prende atto della maturazione in atto in Musashi, e gli consegna una lettera di raccomandazione per la casata Yagyu, incaricata dell'addestramento alla spada per gli ufficiali al servizio dello shogun.

Kojiro si trova già ad Edo, dove sta per arrivare Musashi, e si sente invece pronto per qualcosa di più. E' stata proposta la sua candidatura al servizio della casata Hosokawa, ed è stato convocato per una prova che si svolge come costume nel cortile d'armi della dimora feudale, alla presenza del signore.

Le fonti non sono concordi: Yoshikawa nomina Hosokawa Tadatoshi, ma altrove ne viene menzionato il padre, Hosokawa Tadaoki. Un grande personaggio storico cui abbiamo già accennato nella recensione di Morte di un maestro del te.

In realtà Tadaoki dimorava abitualmente all'estremo sud del Giappone, nell'isola di Kyushu; è probabile che la residenza di Edo fosse invece presidiata dal figlio ma non vi è inverosimile nemmeno la presenza di Tadaoki essendo ogni feudatario obbligato a rsipettare rigidi turni di presenza alla corte shogunale.

 

E' certo che Sasaki prestò in seguito servizio a Kyushu, nei cui pressi si svolse poi il duello finale con Musashi, e che questultimo sia poi molti anni dopo entrato ugualmente alle dipendenze di quel ramo della casata.

Kojiro viene posto di fronte ad un ufficiale armato di lancia, ma ricusa di utilizzare il suo temibile tachi: affronterà il combattimento con il bokken di legno.

L'avversario non è alla sua altezza: viene facilmente vinto, e menomato da un micidiale colpo del bokken.

 

 

 

 

 

 

 

Il duro cammino sulla via della spada sta cambiando suo malgrado anche Kojiro.

Certamente si rammarica anche perché teme di avere lasciato una brutta impressione e aver fallito la prova anche se vincitore, ma poi si sorprende a pensare di avere utilizzato la forza quando non era necessario, e si chiede che ne sarà del povero Okaya, il suo avversario, inabile al servizio.

Lo va a trovare, ed ha per lui sincere parole di conforto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Musashi lascerà cadere l'offerta di entrare nella scuola Yagyu ryu: sente di dover proseguire ancora la sua ricerca.

Le sue esitazioni Musashi sono dovute ad incertezze di fondo non tanto sul prosieguo della sua via, ma sulle  modalità attraverso cui arricchire il proprio bagaglio e procedere senza impacci.

E' sempre più attirato dal mondo dell'arte, e sta perfino tralasciando la pratica con la spada per procedere nelle sue ancora incerte sculture in legno.

In più, come Jotaro gli fa notare, anche la dea Kwannon che ha appena finito di scolpire, come altre in precedenza, ha incontestabilmente il viso di Otsu, che lui non riuscirà mai a dimenticare.

 

 

 

 

Non che abbia perduto la sua prontezza di riflessi. Quando un gruppo di ubriaconi fa irruzione nella sua stanzetta di albergo perché si è permesso di chiedere loro un po' di silenzio, non ha nemmeno bisogno di accennare a prendere la spada per toglierseli di torno.

Con gli ashi che sta utilizzando per mangiare dalla ciotola afferra distrattamente al volo delle mosche che gli ronzano attorno, le stordisce e le depone ordinatamente sul pavimento.

Un attimo dopo attorno a lui non c'è più nessuno.

E' probabilmente l'episodio più raccontato e minuziosamente descritto della leggendaria e movimentata vita di Musashi.

 

 

 

 

La fama dei due guerrieri è già grande, è inevitabile che vengano a sapere entrambi della presenza dell'altro.

E' Kojiro a compiere il primo passo, recandosi ad incontrare Musashi e chiedendogli se non sia finalmente giunta l'ora per il loro duello mortale.

Colpisce il contrasto tra l'aspetto sempre curato e ricercato di Kojiro e la trasandatezza di Musashi, che sta deliberatamente abbandonando tutto quanto non necessario alla sua via.

Musashi acconsente: sarà per l'indomani, al calare della notte.

 

 

 

 

 

 

 

All'appuntamento Kojiro attenderà invano: Jotaro viene inviato da lui con un messaggio.

Musashi si scusa, ma ritiene dopo lunga riflessione che il momento non sia ancora arrivato.

Il messaggio è breve: "Ho deciso di partire per un viaggio. Rimandiamo il nostro incontro di un anno. Quando ci rivedremo di nuovo, sarò pronto a battermi con te".

 


 

Una volta convinto di essere invincibile, ora Musashi desidera solamente colmare le sue debolezze praticando incessantemente l'arte della spada.

E' di nuovo in cammino ed a lui si è unito anche il mercante di cavalli Kumagoro (Haruo Tanaka), quello che era fuggito esterefatto al vedere Musashi afferrare le mosche al volo, e che ha deciso di divenire suo discepolo.

Musashi ha però deciso di fermarsi: inutile cercare in altri cosa sta cercando in se stesso.

Si fermeranno in uno sperduto villaggio, in una zona infestata da briganti, e costruiranno una capanna dove fermarsi a vivere.

Là, liberi da altre preoccupazioni, potranno perfezionarsi nell'arte della spada.

 

 

In qualche modo Otsu è venuta a conoscenza di tutto, e sfidando l'insidia dei briganti dopo un lungo viaggio solitario raggiunge Musashi,

Che è lieto di vederla: sta lavorando sulla terra ed al tempo stesso su di se, rendendo fertile il proprio corpo.

Non è però ancora pronto per affrontare la vita, anche se la sua maturazione sta giungendo al termine.

Otsu verrà ospitata inella capanna del capo villaggio, e Musashi manterrà da lei una certa distanza, pur tentando di farle capire che si tratta solo di aspettare prima che la loro vicenda vada a compimento.

Otsu non riesce a comprendere, è delusa e turbata da questo atteggiamento.

 

 

 

 

Anche Akemi ha raggiunto il villaggio: riconosciuta da Kojiro tra le donne di una casa di piacere, ottiene da lui la somma per riscattarsi e informazioni su come recarsi da Musashi.

Sempre condannata a seguire volontà altrui, catturata dai briganti e costretta a collaborare con loro per assalire il villaggio, troverà la morte durante l'assalto, ribellandosi a loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il destino dei vari protagonisti della saga si avvia verso la conclusione.

A Musahi viene recapitato un messaggio: è Kojiro, che gli ricorda il loro impegno e chiede di fissare il duello.

Sarà il 13 aprile del 1612: 12 anni dall'inizio della vicenda di Musashi, che iniziò al tempo della battaglia di Sekigahara.

Musashi era probabilmente alle soglie della trentina, mentre l'età di Kojiro è controversa.

L'isola dove ebbe luogo il duello verrà conosciuta poi, dal suo nome di battaglia, come Ganryu jima: l'isola della Scuola della Roccia.

 

 

 

 

 

Anche Kojiro, come il suo avversario, non ha ritenuto possibile legarsi ad una donna.

A differenza di Musashi ha però inseguito questa o quella, senza soffermarsi su alcuna.

Ora sta trovando la compagna della sua vita, ma non sa se la sua vita continuerà, e prende da lei commiato rimandando a dopo, se un dopo ci sarà, ogni altra cosa.

Musashi viene raggiunto da Otsu sulla spiaggia dove si sta imbarcando per andare a combattere. Anche tra di loro avviene un chiarimento, anche per loro bisognerà attendere l'esito del confronto.

 

 

 

 

 

 

Tra le numerose e contraddittorie versioni del combattimento Inagaki ha dovuto operare delle scelte.

Conferma quella, contestata da alcuni, che Musashi durante la traversata abbia ricavato un grande bokken dal remo di riserva, combattendo con quello.

Presumibilmente senza alcuna intenzione di sorprendere Kojiro con la le dimensioni della sua arma.

Musashi era di grande complessione, era del tutto normale che adottasse armi adatte alla sua statura, e anche nelle ipotesi di ricostruzione più estreme il suo bokken arriva al massimo ad eguagliare la misura dello stendipanni con cui combatteva Kojiro.

 

 

 

 

 

Quando la barca viene avvistata dalle vedette Kojiro, che attendeva silenzioso, prende congedo dagli ufficiali della casata Hosokawa e con passo calmo si dirige alla volta di Musashi.

E' visibilmente cambiato anche esteriormente: il suo aspetto è ancora curato, ma non compiaciuto di se stesso come lo è sempre stato in passato, al confronto appare quasi dimesso.

In Musashi questo processo di rinuncia è cominciato prima, ha voluto trascurare qualunque cosa tranne la spada per poi nel momento cruciale rinunciare anche a quella, combattendo con un rudimentale bokken.

 

 

 

 

 

 

Esistono decine di versioni di questo duello, la vicenda di Miyamoto Musashi e Sasaki Kojiro in Giappone è stata popolare sullo schermo probabilmente quanto da noi I tre moschettieri.

Per una sorta di tacito consenso, aggiungendo qua e là qualche abbellimento, quasi tutti i registi che ci si sono cimentati hanno tratto ispirazione da Inagaki, che pure ha concesso poco se non nulla allo spettacolo fine a se stesso e ha seguito a sua volta gli stilemi dei suoi predecessori, Mizoguchi fra tutti..

 

 

 

 

 

 

 

 

E' destino che Kojiro debba soccombere.

Gli ufficiali che si recano là dove è caduto - tutti erano rimasti prima a rispettosa distanza, trovano Musashi muto, attonito.

Si limita a rispondere alle congratulazioni per avere permesso di assistere ad uno splendido duello dichiarando che Kojiro è stato il più grande avversario da lui incontrato.

Poi ringrazia silenziosamente i presenti con un inchino, prima di volgere loro le spalle e riguadagnare la barca per tornare alla vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

Solo nella solitudine della barca, anche il loquace barcaiolo dopo aver espresso la sua gioia capisce che è il momento di tacere, Musashi si lascia andare.

Sfoga nel pianto la tensione accumulata in dodici lunghi anni trascorsi sula via.

Sfoga il dolore di avere ucciso in Kojiro se stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Termina qui la trilogia dedicata a Musashi.