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Per comprendere il cammino percorso da Musashi dobbiamo prima ricorrrere ad una sorta di bilancio: si pensa che abbia sostenuto dai 14 ai 32 anni almeno 64 duelli, tutti vittoriosi, senza mai utilizzare la spada ma solamente il bokken da allenamento, tuttavia causando sovente la morte dell'avversario.

Nel suo testamento spirituale,il Libro dei cinque anelli, lui stesso traccia le linee di un bilancio meno materiale:

"Per la prima volta voglio rendere testimonianza scritta della mia esperienza nella Via durante molti anni e di quel sentiero di Heiho a cui ho dato il nome di Niten Ichi ryu... Sono Shinmen no Musashi no kami Fujiwara no genshin, nato come bushi nella provincia di Arima, giunto all'età di sessanta anni ... Allo scadere dei trenta anni ho riflettuto sulla mia vita passata e ne ho concluso  che le mie vittorie non erano dovute alla piena padronanza dei principi dell'arte."

 

Forse il caso, forse qualche altro fattore che nemmeno lui riesce a comprendere hanno determinato le sue vittorie. Emerge inequivocabilmente che il percorso di Musashi non gli ha dato risposte, ma lo ha in seguito indirizzato, dopo il confronto con altri guerrieri, verso la conoscenza di se stesso, verso la vittoria su se stesso, al termine di un lungo viaggio all'interno di se stesso. 

Questo in nulla scalfisce la imprescindibilità del suo viaggio di formazione.

 

Ricostruita da Yoshikawa ispirandosi ai romanzi occidentali dell'800, la narrazione delle vicende di Musashi è lunghissima, ricca di personaggi che si rincorrono, si perdono e si ritrovano in continuazione, ognuno impegnato nel suo viaggio materiale quanto in quello interiore, diretto verso la propria realizzazione o la propria perdizione.

 

E' inevitabile suddividerla in episodi, come quasi tutti i registi che vi si sono cimentati hanno fatto, ed inevitabile che vi siano rinunce, sia eliminando qualcosa dalla trama sia sopprimendo alcuni personaggi, e anche noi dovremo rinunciare a qualcosa.

 

Tra i sopravvissuti il trovatello Jotaro, che seguirà Musashi come un cagnolino divenendo suo discepolo e depositario della sua scuola.

 

 

 

Nella seconda parte della trilogia Inagaki focalizza due episodi della vita di Musashi: il duello con Shishido Baiken, e la lunga strenua lotta contro la scuola di spada Yoshioka in Kyoto, ma anche qui con alcune deliberate lacune.

 

Baiken è considerato da alcuni un guerriero, da altri un semplice brigante. Combatte con il kusari gama, una lunga catena cui sono vincolati da una parte una palla di ferro e dall'altra un falcetto. Facendo vorticosamente ruotare la palla Baiken tiene a distanza l'avversario, avvinghiandolo poi, se possibile rendendogli impossibile l'uso dell'arma, per poi tirarlo verso di se e finirlo con la falce.

 

Da questo duello, secondo alcuni, Musashi trasse l'ispirazione per l'utilizzo contemporaneo delle due spade del samurai. Ancora oggi il niten ichi ryu, la scuola fondata da Musashi, si distingue per questa modalità di pratica. Nel duello Musashi lascia che Baiken gli strappi la katana per colpirlo con il wakizashi.

Ritroveremo Musashi a Kyoto, ed assieme a lui ritroveremo come per un tacito convegno tutti i personaggi che ruotano intorno a lui, deus ex machina di complesse vicende.

Otsu lo sta ancora cercando, aggirandosi per i ponti, luogo di passaggio obbligato per chiunque vada o venga. L'anziana madre di Matahachi, Osugi, lo cerca ma per vendicarsi della sparizione e forse morte del figlio. Oko ed Akemi frequentano il maestro d'armi Seijiro Yoshioka (Akihiko Hirata). Akemi le è destinata, per impinguare le borse della madre: ma lei sogna ancora Musashi.

Matahachi, alcolizzato,  è ridotto ormai a fare la parte del mantenuto delle due donne (è interpretato ora da Sachio Sakai: Rentaro Mikuni era probabilmente impegnato nelle riprese di L'arpa birmana)

 

 

Mentre Seijiro passa il suo tempo oziosamente, il dojo degli Yoshioka è in subbuglio: uno sconosciuto samurai ha chiesto di essere ammesso a mettere alla prova la bontà della scuola, ma sta abbattendo uno dopo l'altro tutti quelli che gli fanno innanzi e i suoi colpi, anche col bokken di legno possono essere mortali: è Miyamoto Musashi.

Dovrà essere lui a fermare l'inutile sacrificio dei discepoli Yoshioka.

E' inutile continuare, chiede formalmente di incontrare per un duello decisivo il caposcuola. Nel frattempo attenderà nel dojo.

 

 

 

 

 

 

Non c'è molta fiducia nelle capacità di Seijiro di tenergli testa: gli adepti decidono di prendere tempo, tentando nel frattempo di eliminare proditoriamente Musashi e salvare così dalla vergogna della sconfitta il buon nome della scuola.

Quando faranno irruzione nella stanza dove si era ritirato Musashi non vi troveranno però nessuno: il samurai solitario aveva compresoo quello che si stava tramando, e si è allontanato silenziosamente.

Pochi giorni dopo arriva la sua lettera ufficiale di sfida. Si riterrà libero di rivelare pubblicamente la pusillanimità degli Yoshioka se la sua sfida non verrà accettata.

Ora più che mai sembra imperativo ucciderlo a tradimento.

 

 

Musashi metterà a frutto il tempo di attesa. Vedendo la strana insegna di un togishi (politore di lame) entra nel suo laboratorio: "Qui si puliscono le anime dei samurai". Chiede di pulire la sua lama, ma quando il togishi gli chiede in che modo risponde banalmente "che tagli bene". L'artigiano gli restituisce la lama e rifiuta il lavoro. Musashi deve ancora comprendere la missione del samurai.

Dopo uno dei souoi troppo frequenti scatti d'ira si allontana; ma torna per scusarsi e pregare umilmente di pulire il togishi la sua anima. L'artigiano non ritenendosi all'altezza della spada di Musashi lo invia dal suo maestro: Koetsu Honami. E' un altro personaggio storico, appartenente alla dinastia di politori che venne poi incaricata per secoli dallo shogunato Tokugawa di periziare le lame di maggior pregio e certificarne il valore.

Anche qui non abbiamo alcuna indicazione che i due personaggi abbiano avuto veramente modo di incontrarsi e frequentarsi.E' possibile se non probabile che Yoshikawa nel suo romanzo abbia assecondato il gusto giapponese per gli incontri impossibili, frequentissimi nei racconti dei cantastorie e che non di rado traggono in inganno molti studiosi occidentali.

Koetsu mostra al nuovo amico la lama che ha appena terminato di polire. E' un tachi dalle dimensioni eccezionali, tanto che il suo proprietario lo chiama palo stendipanni. E' un giovane samurai dall'aspetto strano, talmente raffinato da sembrare un attore. Ma se quella è la sua spada deve essere un temibile guerriero.

E' un perfetto sconosciuto per Musashi, ma diverrà l'avversario più grande sul suo percorso, quello che gli permetterà di dargli un senso. SI chiama Sasaki Kojiro.

 

 

 

 

 

 

 

 

La frequentazione di Koetsu permetterà a Musashi di superare molti dei suoi limiti: imparerà ad apprezzare le arti, lo vedremo cimentarsi nella calligrafia, e soprattutto incontrerà Yoshino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Musashi non è  rimasto insensibile al suo fascino ma vorrebbe rifiutare di ammetterlo, anche e soprattutto a se stesso.

Tuttavia la raffinata geisha ospiterà Musashi nella sua casa da the nel quartiere del piacere, ove nessuno sarà in grado di trovarlo.

Ma soprattutto sarà lei, con incomparabile sensibilità ed altrettanto garbo, a mettere Musashi di fronte alle sue paure, a costringerlo a superarle.

Se Musashi non accetta di bere sake perché non ne risenta la sua integrità di guerriero, è una esplicita ammissione: teme il sake, non è in grado di affrontarlo, rifiuta perfino di conoscerlo.

E quanto detto a proposito del sake vale anche, anzi sicuramente a maggior ragione, a proposito dell'amore.

Sarà ancora Yoshino, accomodante ed aggraziata nei modi quanto integerrima nel rispetto dei suoi principi morali ad allontanare Musashi, straziata nel cuore, quando capirà che trattenerlo ancora presso di se lo allontanerebbe dalla sua via, o quantomeno lo renderebbe più vulnerabile.