L'aikido è la più nuova tra le più antiche arti marziali giapponesi: venne fondata intorno al 1925 dal grande maestro Morihei Ueshiba (1883-1969) che vedete nella immagine, ma affonda radici ultramillenarie in una arte conosciuta come Daito ryu aikijujutsu, codificata nel XII secolo dal principe Minamoto Yoshimitsu.

Agli inizi del 1900 Morihei Ueshiba apprese il daito ryu dal maestro Sokaku Takeda, all'epoca caposcuola. e nel decennio successivo sentì il bisogno di adattare quanto aveva appreso alla sua personalità e ai suoi scopi profondi. Iniziò così la nascita dell'arte denominata nel 1942 aikido, che il fondatore continuò ad elaborare e perfezionare fino al momento della sua scomparsa.

In Italia l'aikido venne prima saltuariamente insegnato da alcuni maestri provenienti dalla Francia e più raramente dal Giappone, si diffuse poi dal 1964 dopo l'arrivo del maestro Hiroshi Tada, inviato dallo Zaidan Hojin Aikikai di Tokyo che fondò alcuni anni dopo l'Aikikai d'Italia, ancora oggi l'organizzazione di aikido più rappresentativa, strutturata non come gruppo o federazione sportiva, ma come associazione culturale senza fini di lucro.

Il punto di riferimento per i praticanti ed insegnanti di aikido che curano questo sito è il Dojo Musubi di Roma. Potrà interessarvi anche il Dizionario dell'aikido,

 

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Morihei Ueshiba, il fondatore dell'aikido, nacque il 14 dicembre 1883 a Tanabe. Dopo aver seguito numerose discipline marziali si dedicò prevalentemente al daito ryu aikijujutsu ma intorno al 1926 intuì che doveva seguire una nuova strada più consona alle sue inclinazioni personali. Pochi anni dopo si trasferiva a Tokyo ove fondava il nucleo di una nuova scuola, tuttora conosciuta come Hombu Dojo, ove si praticava e si insegnava l'aikido. A partire dalla fine degli anni 40 la disciplina si trasformava per poter essere aperta ad una platea di praticanti più vasta, e si formavano i grandi maestri che ebbero poi a partire dagli anni 50 e 60 il compito di farla conoscere e praticare all'estero. L'obiettivo di questa sezione del sito è di rendere possibile la conoscenza delle vite e degli studi di questi maestri: dei nostri maestri.

Nella foto, scattata all'Hombu Dojo di Tokyo il 1. gennaio 1960, da sinistra a destra: Masamichi Noro, Kisshomaru Ueshiba, Morihei Ueshiba, Koichi Tohei, Hiroshi Tada

 

L'aikido è una affascinante arte, che si apprende per trasmissione diretta e richiede continue ricerche, dentro e fuori di se stesso.

Uno dei momenti più significativi del percorso è il seminario, un piccolo o grande tatami dove un numero di praticanti che va dalle poche unità alle diverse migliaia conviene per la gioia di praticare assieme a vecchi amici e a perfetti sconosciuti, sotto la guida di un maestro di cui si sono seguite per anni ed anni le indicazioni, o con un insegnante che si incontra per la prima volta, e che forse non sarà più dato di incontrare.

Sono momenti magici, o perlomeno possono esserlo: tutto dipende da noi... come sempre. Cercheremo di trasmettere non solamente informazioni tecniche, ma di restituire se possibile anche la particolare atmosfera che regna in ogni singolo seminario, la magia - una magia che non si esaurisce in un colpo di bacchetta magica ma richiede impegno e sacrificio - che riesce a trasmettere un maestro dell'arte.

 

Tecnica e cultura sono secondo noi strettamente ed indissolubilmente legati, sia nella pratica delle arti marziali sia nella pratica delle altre meravigliose arti tradizionali giapponesi.

Lo ricordano costantemente i grandi maestri, quando ci fanno presente che la spada deve essere impugnata con la stessa delicatezza, la stessa sensibilità e la stessa disponibilità a rappresentare l'armonia del creato che spingono il pittore ad impugnare il pennello o il violinista il suo strumento.

Tecnica quindi, ma anche e soprattutto ricerca del giusto e del bello. In altre parole, cultura.

 

 

Il randori è una forma di allenamento informale, ove l'attaccante o gli attaccanti sono liberi di fare quello che credono più opportuno, e lo stesso fa il difensore.

La parola ran in giapponese indica genericamente confusione, ma viene anche utilizzata spesso per definire dei periodi di guerre civili; infatti Aikira Kurosawa intitola Ran una delle sue opere più famose, in cui narra la lotta per il potere all'interno della famiglia degli Ikimonji.

Il randori dunque può essere una proficua forma di allenamento, ma può sconfinare quando male interpretato in una rissa senza regole.

Qui le regole verranno mantenute, poche e ci auguriamo chiare per tutti: nella sezione Randori del nostro sito si tratterà liberamente di ogni argomento che possa contribuire ad accrescere la conoscenza dell'arte, esplorando territori sconosciuti ma anche riscoprendo quelli domestici, avendo come unico filo conduttore il piacere della ricerca.

 

Perchè questa sezione del sito porta il nome di quel bastone di legno assomigliante ad una lunga spatola che ben conosce chi pratica zen? Il kyosaku viene utilizzato per vibrare vigorose piattonate sulle spalle del meditante che a giudizio del roshi non riesce a trovare la giusta concentrazione, o che richieda la "medicina" di sua iniziativa. Nel corso della vita ci si imbatte spesso in episodi apparentemente non significativi che pure incidono sulla nostra persona in modo non decifrabile, che in qualche modo sentiamo importante. Come una bastonata... Che scuote, che testimonia la necessità immediata di uscire dal proprio torpore e fare "qualcosa", ma lasciandoci di fronte all'evidenza che quel qualcosa che manca o che dorme è dentro di noi e là dobbiamo cercarlo, trovarlo, riconoscerlo. Il lettore non si attenda quindi spiegazioni, approfondimenti, sviluppi. Saranno brevi, secchi, colpi di kyosaku. Non legati da alcun apparente progetto logico.

Ogni attività umana ha un suo linguaggio e un suo vocabolario specifico. Troverete in un glossario - ossia dizionario specialistico -  le parole che difficilmente si trovano in un dizionario generico o che difficilmente vi vengono interpretate correttamente.

All'interno della cerchia inevitabilmente ristretta degli addetti ai lavori le parole si trasformano, si trasfigurano come se assumessero le caratteristiche dell'ambiente in cui vengono pronunciate, rivestendosi di significati specifici che sfuggono o possono sfuggire sia all'osservatore esterno che a coloro che muovono i primi incerti passi nell'arte.

 

 

 

Di solito la raccolta di prime notizie utili viene in rete chiamata FAQ, acronimo inglese che sta per Frequently Asked Questions (Domande poste spesso). Si usa raccogliervi tutte le informazioni di base che si pensa siano utili alla persona che si introduce per la prima volta in un ambiente a lui nuovo. Cose che è bene sapere: di conseguenza troverete qui alcune succinte schede che tenteranno di dare una prima idea ed un primo orientamento a tutti coloro che iniziano a conoscere il mondo dell'aikido. Potrebbero tornare utili come piacevole ripasso periodico anche a chi questo mondo lo conosce bene e già lo apprezza come merita.

 

 

 

testiLa tecnica non è tutto nell'aikido, nessun genere di arte si esaurisce in un mero gesto tecnico. Tuttavia la tecnica non solamente è necessaria ma è propedeutica al raggiungimento di un livello tale che si possa definire artistico. Senza tecnica non solo non si va lontano, non si è nemmeno in grado di iniziare. Non saranno però privilegiati in queste recensioni solamente i testi che spiegano o tentano di spiegare come praticare aikido, ma piuttosto di preferenza quelli che proporranno risposte a un quesito più importante: perché praticare aikido, e verso quali mete tendere attraverso la pratica dell'arte.

 

 

 

L'aikido è una disciplina affascinante quanto complessa, non a caso è classificata da molti come una attività culturale più - o in più - che una disciplina per l'allenamento psicomotorio.

Per padroneggiarla a pieno non è quindi sufficiente consultare dei buoni testi sull'aikido, è necessario avere nozioni in svariati altri campi, ed adeguarle man mano che crescono il livello di preparazione e le aspirazioni.

E' bene accrescere il proprio livello di conoscenza delle fondamenta teoriche delle altre discipline marziali, approfondire la tematica della psicologia del confronto, apprendere i metodi basilari di condizionamento fisico o di mantenimento della condizione fisica ottimale anche nell'alternarsi delle stagioni e nel susseguirsi degli anni, e applicare sistematicamente  quanto appreso in questi viaggi ideali fuori del proprio dojo.

 

NumicumMarco Porcio Catone nacque a Tusculum nel III secolo a.C.. Scrisse in tarda età le Origines, partendo dal mitico sbarco di Enea nel Lazio per poi descrivere paulatim ossia sommariamente gli avvenimenti della storia romana fino ai suoi giorni. Condotto a Roma già adulto da uno sponsor che lo sottrasse a una quieta vita di agricoltore, divenne strenuo difensore delle tradizioni di quella cultura, per lui non nativa. Fu guerriero, politico, uomo di stato e di governo, e instancabile fustigatore della decadenza della morale. Al punto di passare alla storia come Catone il censore e di ottenere fama non sempre benevola, lo testimonia l'epigramma di un anonimo contemporaneo: «Rosso. Mordace. Occhi cerulei. Neanche morto Persefone accoglie Porcio nell'Ade». Fu costante il suo richiamo - anche fra le righe - a non disperdere l'incommensurabile patrimonio dei fondatori ma nemmeno tramandarlo come mera curiosità storica: assumerlo come stile di vita. Piuttosto ritornarvi che parlarne. Le Origines andarono purtroppo perdute, ci rimangono per conoscere sia lo stile letterario di Catone che la sua filosofia di vita il De agricultura e soprattutto la cronistoria del suo incessante impegno sociale protrattosi fino alle soglie della morte. E pochi frammenti delle Origines. Tra cui: «Non interessa scrivere quanto sia nella tavola del pontefice massimo, quante volte siano rincarati i viveri, quante volte il sole o la luna siano stati oscurati da una caligine o da qualcos'altro». Le Origines intendevano trasmettere ai successori più che il racconto degli episodi lo spirito dei padri fondatori di quella cultura cui i romani avrebbero dovuto ispirarsi e attenersi nella vita quotidiana.

Nella immagine a lato (Museo Lavinium): la laguna costiera ove approdò Enea al termine della sua ricerca di vita. Negli stessi luoghi ove si concluse con la morte in battaglia. E' attualmente una oscena distesa di cemento.