Cronache
2026, marzo: un "altro" aikido?
Daiyu Takeda, figlio del maestro di aikido Yoshinobu e di una maestra di Tai chi nonché terapeuta Seitai è incontestabilmente un figlio d'arte. Ma la "sua" arte?
Si sente discutere spesso dell'aikido "senza contatto" e nelle discussioni il premio per i toni più accesi va attribuito senza dubbio a chi lo contesta; ma si tratta normalmente di persone che non solo non lo conoscono ma nemmeno hanno avuto, chissà nemmeno cercato, informazioni in merito. Daiyu Takeda sensei lo rende tangibile, proficuo anche perché no dilettevole. Ma iniziamo con qualche informazione, dovuta ad Angelo Armano e pubblicata in Italia sul numero 5 della rivista Aiki.
Bannen Aikido significa l'aikido di Morihei Ueshiba okina, ovvero quello estremo di quando egli era nell'ultima parte della sua vita; in un certo senso, la sintesi del suo percorso. Ueshiba fu senza alcun dubbio una personalità complessa, non ascrivibile esclusivamente al Budo, o anche al pionierismo, all'ecologia, alla religione, alla visione sociopolitica, a quella tradizionale giapponese. La disciplina che a lui ci riconnette, l'aikido, è un riflesso della posizione stessa del Budo in generale: il bisogno di protezione di sé stessi ed altrui, e dei valori della Vita su questa Terra. Sebbene questo incipit sembri alludere ad un profilo culturale/filosofico e quindi mentale, il contenuto del Bannen Aikido non ha assolutamente un carattere astratto, ma è una disciplina concreta e passibile di didattica, sebbene sottile e impegnativa sia fisicamente che psichicamente.
L'ultimo paragrafo è da condividere assolutamente ma con una integrazione: il bannen aikido è sì una disciplina impegnativa fisicamente e psichicamente, ma non per questo meno piacevole da praticare. Daiyu Takeda sensei lo mostra e lo dimostra.
Ma chiariamo innanzitutto quello che è a tutti gli effetti un equivoco: nel bannen aikido il contatto non solo c'è, ma viene ricercato. Si tratta certamente di una panoplia di forme di contatto non del tutto sovrapponibile a quelle che siamo abituati a utilizzare e ricercare, ma proprio per questo complementare e financo necessaria. Mai alternativa.
Il contatto fisico c'è, ma non è mai forzato e mai in contrapposizione l'uno con l'altro. I punti di forza non sono prevalentemente gli arti superiori, ma l'intera persona, che diviene protagonista. Ipotizziamo ad esempio una presa alla spalla katadori da parte di uke. Evitando di reagire con la forza è possibile rendere vana l'intenzione ostile "semplicemente" sottraendogli l'obiettivo. Come? Utilizzando appunto l'nterezza della propria persona. Nell'esempio mostrato a lato attraverso una rotazione del bacino (kaiten, concetto su cui in teoria sarebbe inutile dilungarsi) che porta l'energia di uke in una direzione ove oltre a non poter essere nociva può causare alla controparte la perdita del centro se non addirittura dell'equilibrio.
Anche gli spostamenti del corpo mediante ashisabaki sono utili strumenti di lavoro, uscendo dalla traiettoria di "attacco" della controparte per indirizzare la sua energia, unita alla propria, verso una direzione neutrale. Strumenti già noti?
Certamente, ma che Takeda sensei rende utilizzabili anche con modalità e sfumature diverse da quelle di prammatica, e che aprono nuovi orizzonti alla pratica.
Non sfuggono a queste regole nemmeno gli esercizi con le armi, che siamo abituati a dividere nelle forme a solo, ove è assente la controparte oppure nelle decise contrapposizioni dei kumitachi.
Ma anche con una lama in pugno è possibile ricercare diverse e più sottili forme di contatto, rendendo vana ogni intenzione ostile e palese allo stesso tempo la possibilità di una azione in risposta che non lascia spazio ad alcuna replica.
E' prevedibile che a questo punto il lettore abbia la tentazione di chiedere se tutto questo è propedeutico all'aikido senza contatto. Certamente rende possibile ricercare differenti forme di contatto. Una assenza totale di contatto non ci sarà mai.
Se uke cade perché disorientato da un nostro movimento, pur non essendoci stato un contatto fisico, tuttavia un'altra forma di contatto indubbiamente c'è stata.
Mentale? Psicologica? Non ha importanza cercarne una definizione:è sufficiente e necessario ammetterne l'esistenza e l'utilità.
Potremmo in definitiva affermare che "aikido senza contatto" è una definizione impropria che viene dall'esterno e non da chi ricerca e cura le forme di contatto ad ogni livello.
Come definire a questo punto il bannen aikido? Per la verità non si sente la necessità di una definizione "fisica", così come sul tatami non è necessario ricercare a ogni costo il contatto fisico.
Potremmo sicuramente affermare che questo metodo si differenzia visibilmente da altri più convenzionali, che ricercano l'esecuzione rigorosamente ortodossa di una forma predefinita (ikkyo, nikyo, sankyo...) indipendentemente dalle condizioni del momento.
Nel bannen aikido non si ha invece un obiettivo prefissato, si esercita la propria sensibilità attraverso un processo di comprensione e utilizzo delle azioni della controparte, senza sapere in anticipo cosa si andrà a cercare di fare o al limite di lasciar fare.
Ognuno giudichi se questa ricerca può essere considerata utile o no al proprio processo di crescita.
Altrettanto sicuramente possiamo ringraziare Daiyu Takeda sensei per la professionalità, la serenità e la simpatia con cui ci accompagna in queste ricerche.
PS:
Ah, già... la cronaca! Ci sembrava infatti di avere dimenticato qualcosa. Ma rinunciamoci, così come talvolta è bene rinunciare alle proprie abitudini. Che sia la ricerca di un intenso contatto fisico o altro. Basti sapere che il seminario si è tenuto a Torino il 28 e 29 marzo 2026, grazie all'organizzazione di Angelo Armano e Nando Silvano, cui va il nostro ringraziamento. La foto di gruppo dei (soddisfatti) partecipanti è stata scattata al termine della lezione del sabato mattina.
P.B.
