Akira Kurosawa: I sette samurai

1954

Takashi Shimura, Toshiro Mifune, Seiji Miyaguchi, Isao Kimura, Yoshio Inaba, Daisuke Kato, Minoru Chiaki

 

 

Gli abitanti di un misero villaggio, sottoposto a continui attacchi dei predoni, decidono di assoldare un gruppo di samurai che li difenda. Hanno da offrire solo il vitto, quindi il drappello che riescono ad assemblare è quanto mai eterogeneo e composto soprattutto da samurai senza ambizioni e senza pretese che hanno fatto esperienza “perdendo tutte le battaglie cui hanno partecipato”, come dice il loro capo Kanbei. Fra di loro il silenzioso ed enigmatico Kyuzo, imbattibile con la spada e che per ragioni inspiegabili accetta la modesta proposta pur potendo mirare a ben altro, il giovane ed ingenuo Katsushiro, ed un pittoresco fanfarone: Kikuchiyo, impersonato da Toshiro Mifune nel suo primo ruolo picaresco, che seppe rendere indimenticabile. Aveva fino ad allora recitato in ruoli drammatici e sembrava a quelli confinato, ma come certi samurai hanno sette vite, Mifune sembra aver avuto sette e più personalità nel suo carniere.

E' necessario parlare ancora dei Sette samurai? E' necessario rivederlo ancora per l'ennesima volta? Sicuramente sì, ed assieme a tante altre ragioni su cui è inutile fermarsi ce ne sono due importantissime. La prima è che soltanto adesso è disponibile la versione integrale dell'opera: quella che è arrivata sugli schermi occidentali negli anni 50 del secolo scorso era pesantemente tagliata dai soliti "lungimiranti" produttori. La seconda è che questa è una di quelle opere che non si logorano con la rilettura, che non stancano mai, e un episodio lontano nel tempo ma fresco nella memoria mi aiuterà a spiegare forse non il perché ma sicuramente il come.

Negli anni 70 si sparse nei locali del Dojo Centrale di aikido di Roma la voce che in un locale di periferia al nord di Roma proiettavano I sette samurai e venne immediatamente organizzata una invasione di massa per il giorno fatidico. Tutto il dojo era lì, con un certo anticipo sull'ultimo spettacolo, dopo l'allenamento quotidiano. Mentre si attendeva di entrare arrivavano dalla sala le note marziali del tema dei Sette samurai, ed il maestro Hosokawa sorridendo, con nostalgia, diceva: "Quante volte ho sentito questa musica!....". Vale la pena di ascoltare fino in fondo, dalle cupe note iniziali fino alle note marziali della riscossa: l'intera opera condensata in 10 minuti.

Eppure era lì a sentirla ancora, come tutti noi, anzi sarebbe sicuramente tornato ancora la volta successiva. Perché di alcune opere non ci stanchiamo mai, come i bambini che appena terminata la favola chiedono immediatamente di raccontarla ancora? Sicuramente debbono essere storie che racchiudano in se qualcosa di senso compiuto, storie che parlano al cuore. E questa storia sicuramente lo fa, e ci lascia la sensazione di avere assistito a qualcosa di bello e di logico. Sarà forse per quel finale ottimista per quanto con una punta di amaro? Il samurai Kanbei dichiara la  sconfitta del guerriero e decreta la vittoria del contadino, di quel'essere umano che "ha paura se c'è il sole ed ha paura se c'è la pioggia". Eppure, in qualche modo, ha vinto anche lui e perfino noi, risentendo gli squilli di quella tromba, abbiamo l'impressione di avere partecipato alla battaglia e di averne riportato qualcosa. Non necessariamente una vittoria, ma comunque qualcosa di importante.