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Nel 1989, in una intervista rilasciata a Marisa Rainaldi e pubblicata su Aikido XIX-2, richiesto di dare qualche lume sui programmi futuri dell'Aikikai d'Italia l'allora presidente Danilo Chierchini, dopo aver elencato alcuni punti chiave su cui torneremo - oh se ci torneremo - diceva:

«Per il lungo termine non posso dirti nulla perché non farò più parte del prossimo Consiglio. Ti meravigli? Come dicevo all'inizio di questa intervista, la mia è stata una storia di amore aikidoistico durata 25 anni e come tutte le storie anche questa deve finire; ma non ti impensierire, tu sai bene come dicono in Oriente: "le gocce passano ma il fiume (o se preferisci il ruscello) resta

Ma è giunto il momento di mettere un po' d'ordine torniamo dunque all'inizio di questa storia d'amore: Circa 10 anni prima, nel 1980, così diceva il nostro (che non potrà leggere questa definizione senza pensare a un altro colorito personaggio di quei tempi):

«Il telefono squillò a lungo nella notte e mi alzai per andare a rispondere trascinando le pantofole sul pavimento. Era il maestro Betti * che mi disse a bruciapelo: "Qui da me c'è un giovane giapponese appena arrivato da New York, vorrebbe fare aikido e cerca una palestra, t'interessa? ... Così, alla maniera di certi romanzi gialli iniziò la vicenda dell'aikido in Italia ai primi del 1964

(Aikido, IX-1, giugno 1980)

* Tommaso Betti Berutto, pioniere del judo nonché editore di un manuale che prese man mano le sembianze e le funzioni di una bibbia delle arti marziali italiane, Da cintura bianca a cintura nera, e che fu molto presente ai tempi della gestazione e nascita dell'Aikikai d'Italia.

Ma, nel timore che la confusione non sia ancora abbastanza, qui infliggerò al lettore un ulteriore flash back. Negli anni 50 Danilo Chierchini si era appassionato al judo, e fu tra i primi a seguire l'insegnamento di un maestro giapponese, Ken Otani (1920, di cui non abbiamo notizie recenti), attingendo quindi direttamente alla fonte. Erano rarissimi i casi del genere, lo dimostra un episodio divertente (a posteriori, molto a posteriori) raccontatomi da lui stesso. La preparazione alle gare era un po' approssimativa, anche da parte dei giudici di gara.

Otani portò il Kodokan di Roma, la squadra da lui preparata e di cui faceva parte Chierchini, a conquistare il campionato italiano nel 1955, 1956 e 1957; ma gli inizi non furono facili. Nel dojo aveva mostrato e allenato le tecniche di shime o jime (strangolamento), con iniziale perplessità dei praticanti. Alcuni commentavano - eravamo a Roma - "Ah, ma se po' fa?..."

Il giorno della prima gara sarebbe stato un grande successo, un po' perché le tecniche erano ben preparate, un po' perché nessuno se le aspettava e meno che mai era in grado di difendersene. Peccato che i giudici, al grido concorde di "Assassino!!!" e anche peggio, abbiano squalificato tutti gli atleti del Kodokan. Otani non ci capiva più nulla e invano tentava di tranquillizzare loro e convincere i diversissimamente informati giudici e dirigenti italiani che di judo ne masticava un po' di più lui. Si pensa, ma non ci sono prove, che nel frattempo Chierchini stesse in un angolo a sbellicarsi dalle risate.

E torniamo alla nascita dell'Aikikai d'Italia. Il ragazzo venuto da New York era il futuro maestro Motokage Kawamukai. Assieme alla signora Haru Onoda, che aveva conseguito lo shodan presso l'Honbu Dojo di Tokyo ed era stata segreteria del maestro Morihei Ueshiba e si era poi trasferita in Italia negli anni 50 per continuare il suo apprendistato come scultrice, guidò i primi corsi di aikido al dojo dei Monopoli di Stato in Roma, diretto appunto da Danilo Chierchini. Era necessario però qualcosa di più per permettere al progetto di decollare e fu Kawamukai a proporre di chiedere a un maestro di provata fama, da lui incensato con la sintetica descrizione "He is terrible!" di trasferirsi a sue spese in Italia per affrontare al buio la nuova avventura. Era il maestro Hiroshi Tada. Arrivò in Italia il 26 ottobre 1964 e ad attenderlo c'era Danilo Chierchini, che praticamente non si separò da lui un solo istante per circa tre mesi, il tempo sufficiente per cominciare ad ambientarsi in un mondo totalmente nuovo.

Negli anni seguenti il maestro Tada, continuando ad appoggiarsi ai Monopoli e a Chierchini per corsi e seminari a Roma, iniziò ad adoperarsi per la diffusione dell'aikido in tutta Italia ma anche per identificare a Roma un luogo ove creare un Dojo Centrale, sull'esempio dell'Honbu Dojo di Tokyo, e creare una associazione – culturale e non sportiva – che operasse in questo campo. Venne fondata ufficialmente nel 1970, firmatari tra gli altri i maestri Tada e Ikeda e i più attivi tra i praticanti romani, tra cui naturalmente Chierchini. Negli anni successivi a Chierchini venne anche richiesto dal maestro di assumere la gestione del Dojo Centrale e lui accettò.

Il sottoscritto iniziò la pratica dell'aikido solo nel 1974, pur avendo frequentato l'ambiente praticamente dall'inizio, senza però incontrare Chierchini per diverso tempo. Era infatti momentaneamente impedito da alcuni affari familiari, ma al Dojo si parlava sempre di lui come quello che "sapeva", quello che "avrebbe potuto", quello cui bisognava chiedere. Fu così che un giorno, mentre mi stavo occupando di uno dei tanti problemucci per cui ero stato velocemente dichiarato abile e arruolato e inviato al soccorso, che venni avvicinato da uno sconosciuto che mi chiese qualcosa a proposito di qualche altro problema. Risposi come mi avevano insegnato a rispondere "Bisogna chiedere a Chierchini", ricevendone come risposta l'imprevista e leggermente innervosita ma soprattutto divertita precisazione "Chierchini sono io...". Va detto a onor del vero che se pur la vendetta va servita fredda (a me piacerebbe calda), negli anni successivi ne ho avuta quanta ne volevo. Le rare volte che mancavo dal dojo e Chierchini si spazientiva chiedendo rapide soluzioni ai problemi di giornata, immancabilmente qualcuno gli rispondeva "Lo sa Paolo", "Bisognerebbe chiedere a Paolo", "Aspetta che torna Paolo" e così via.

Fu comunque l'inizio di una lunga ed ininterrotta collaborazione, che ad onta del carattere toscanaccio del toscanissimo Chierchini non ha mai conosciuto momenti di stanchezza, nonostante la mole impressionante di inestricabili pasticci nei quali ci andammo a cacciare. E che - udite udite!!! - ci ha permesso anche tanti momenti di spensierata allegria e qualche soddisfazione.

Ma è ora di passare alla cronaca. L'atmosfera del Dojo Centrale e dell'aikido in genere in quegli anni, e il merito naturalmente non è solo di Chierchini ma gliene va riconosciuta una importante percentuale, era tanto positiva quanto forse, purtroppo, irripetibile.

Dal maestro Hideki Hosokawa (incaricato da Tada sensei di dirigerne la didattica) all'ultimo degli allievi tutti si impegnavano al massimo, serenamente ed allegramente ma con la massima serietà e il massimo impegno, a progredire nell'arte. Senza alcun altro scopo se non l'amore per essa.

Ancora adesso, a distanza di decine di anni, accade di essere fermati per strada da qualcuno conosciuto su quel tatami, spesso con le lagrime agli occhi, o di vedere un signore attempato presentarsi a uno dei dojo gestiti da chi è nato nel Dojo Centrale, riconoscerlo nonostante i tanti anni passati e sentirlo chiedere di poter ricominciare o di iscrivere ai corsi il figlio, il nipotino.

Uno dei componenti irrinunciabili di questa ricetta irripetibile ma nonostante tutto non completamente persa è stato, bisogna dichiararlo inequivocabilmente e coram populo, il Maestro Danilo Chierchini.

Alcuni anni dopo per allinearsi a nuove normative statali fu necessario che a presidente dell'Aikikai d'Italia venisse designato un cittadino italiano godente dei diritti politici. Dopo la rinuncia forzata del maestro Tada concordemente venne indicato Chierchini come la persona più indicata. Alcuni pensarono che venisse così coronata, magari giustamente, una sua ambizione. Con grande sensibilità l'avvocato Giacomo Paudice, altro grande personaggio dell'epoca, scriveva in Aikido XIV-1, aprile 1984 un editoriale intitolato L'uomo di Cirene in cui paragonava appunto Chierchini a quel cireneo che, narrano i vangeli, si trovò a dover portare suo malgrado la croce di Cristo. Il primo numero, tra l'altro, di un nuovo corso della rivista sociale, affidata per impulso di Chierchini a una nuova gestione per rialzarne le sorti un po' languenti.

 

In quegli anni Chierchini, pur impegnato su tutti i fronti possibili e immaginabili e una manciata di inimmaginabili, trovava anche il tempo e il modo di pensare all'insegnamento, ma dimostrando anche qui di saper guardare al futuro più lontano di molti altri, e di non tenere in alcun cale il tornaconto o l'orgoglio personali. Convocata una riunione degli insegnanti e degli assistenti del Dojo Centrale comunicò la sua decisione di rinunciare all'insegnamento nei corsi avanzati, non ritenendosi tecnicamente all'altezza degli insegnanti più giovani da lui stesso formati, e di dedicarsi esclusivamente all'insegnamento dei principianti.

Paradossalmente questa sua decisione, sulla quale fu irremovibile, causò qualche divertente problema. Anzi, diciamolo francamente, uno solo: la maggior parte dei principianti dei corsi di Chierchini rifiutava di abbandonarlo e chiedeva di rimanere principiante a vita, ma con lui. Se potessero ci tornerebbero anche adesso!